Nella conclusione della Prima Parte del mio DE VERBO MIRIFICO - Considerazioni intorno alla parola di Maestro ed al Nome del grande Architetto
dell’Universo è apparsa, in maniera in un certo modo imprevista, la
composita costituzione del Tetragramma, rivelando, nell’ordine dei componenti,
la successione degli apporti determinanti il formarsi della tradizione ebraica
storicamente nota. Quindi YHWH - che abbiamo visto pronunciarsi Jehowa [1]
- rivela, per la testimonianza del Royal Arch, la trama tripartita Je-ho-wa, i
cui riferimenti ho già messo sommariamente in evidenza.
Questo risultato che, agli
occhi timorosi di alcuni, può apparire quasi dissacrante, svela invece la
complessità dei processi tradizionali e – nel contesto della scienza sacra – la
loro profonda congruenza con quell’insieme di relazioni, le quali, nello
svolgersi del ciclo di quest’umanità, hanno legato tra loro epoche e civiltà
apparse spesso lontane ed inconciliabili.
È in questa prospettiva che
cercherò adesso di dare un quadro cronologico e storico[2]significante; tengo
però a precisare – proprio perché partiti dalle motivazioni all’origine della
tripartizione del Nome - la mia distanza dalla teoria degli imprestiti. Teoria,
per la quale, questi apporti appaiono il risultato di una mera sovrapposizione
ossia di un collage sincretico, conseguente ad una decadente e pressoché sempre
anacronistica (viste le epoche prese in considerazione) inclination to an
exotic style e perciò stesso priva di spessore quanto di una reale possibilità
di fruizione spirituale. Sono, infatti, del parere che sempre, elementi della
più diversa provenienza, quali possono apparire le adduzioni in questione,
siano – come tutte le operazioni realmente determinanti e durature – l’esito di
precise e consapevoli intese avvenute tra i rappresentati le forme tradizionali
implicate. Tal genere di accordi,
aventi lo scopo provvidenziale, sia di far transitare sotto altra forma un
corpus dottrinale altrimenti in estinzione, sia di conservare proprio la specifica
Gestalt di una qualche scienza o concezione, danno luogo ad esiti di diversa ma
spesso ingannevole, successiva leggibilità.
Ad esempio; un fenomeno,
dalle apparenze prevalentemente rinascimentali, quale la cabala cristiana mi
appare, a prima vista, di una trasparenza e possibilità di ricostruzione anche
documentaria assai agevole: Ficino, Pico, Reuchlin vengono subito alla mente.
Poi, se rifletto sulle origini cristiane che, nel primo, riservato ambiente
giudeo-cristiano, avevano tutte le caratteristiche di un raggruppamento
esoterico interno alla società ebraica (vd. infra p. 26) e, a riprova, tengo
conto dell’evidente matrice cabalistica[3]di
tanti passi evangelici, paolini e dei Padri, sino alle, proprio in questo
lavoro constatate, influenze, presenti in ciò che sopravvive dei riti dei costruttori
medievali,[4]divento
consapevole di quanto le cose non siano, in effetti, così semplici come, a
prima vista, c’appaiono. Altrettanto, ed a volte ancor più difficile, è
individuare l’eredità classica o druidica sottesa al cristianesimo ed ancor
differente ma parimenti oscuro è il percorso della filiazione ermetica.
Fenomeno analogo - ma nel quale l’aspetto sommerso e spesso indecifrabile è del
tutto prevalente, trovando rifugio al più modesto livello sociale - è quello
del folklore, dove, dietro la veste vernacolare, possono celarsi nozioni
appartenenti a scienze scomparse ma anche elementi di cosmologia e simboli di
essenza puramente metafisica: in questo caso, è come se al popolo fosse stato
affidato un lascito che – facendosi strumento protettivo di una trasmissione
prevalentemente non cosciente del valore dei contenuti - abbia attraversato il
tempo quale messaggio di naufraghi, lasciando a chi, dei posteri, fosse stato
in grado d’intendere, l’onere e la ricompensa di ricevere qualcosa d’altrimenti
perduto.
Non è quindi, quella che
segue, una deminutio sui dell’eredità abraminica bensì un tentativo di
dimostrarne la complessità e l’importanza per la fase ciclica cui apparteniamo.
Per attuare questa
collocazione è necessario che io dia, pur se per sommi capi, alcune nozioni
della dottrina dei cicli, la quale ha la sua massima espressione nell’Induismo
e, ad esso, mi rapporterò con frequenza. Debbo inoltre fare presente che, il
nostro modo di pensare, dopo la fenomenologia di Hegel, ci fa opporre storia a
natura, poiché vediamo la prima inserita nel divenire della scienza e del
sapere. Nel pensiero tradizionale invece, il concetto di physis è molto più
ampio: comprende ogni aspetto del manifestato, annullando così la cesura tra i
due flussi; con la conseguenza che, storia e geografia, si trovano ad essere
rette dalle stesse leggi. È quanto, con un parziale recupero di alcuni antichi
frammenti concettuali, cerca di fare la moderna ma proprio perciò discussa
geopolitica.
Limitandomi al Manvantara,
che è il ciclo di una umanità,[5]mi
sembra importante sottolineare che esso è sottoposto a due principali
scansioni: la prima, ne comporta la divisione in quattro parti diseguali – gli
yugas, dove la durata d’ogni yuga va
raccorciandosi mano a mano che si procede nel tempo.[6]L’altra invece, lo
seziona in cinque parti eguali, ognuna corrispondente ad un semiperiodo della
precessione degli equinozi[7]ed
ognuna, relativa alla fase di reggenza di una delle cinque grandi razze
componenti quest’umanità. Poiché l’orologio cosmico, che ritma il ciclo non può
essere – per la sua stagionale e celeste evidenza – che la suddetta
precessione,[8]un
notevole ruolo nelle determinazioni qualitative del tempo, lo hanno pure le
stazioni[9]rappresentate
dai dodici asterismi zodiacali attraverso le quali transita, alla velocità di
un grado ogni settantadue anni, il punto vernale. La cesura, tra un Grande Anno
(Mahâyuga) ed il susseguente, ha la caratteristica d’essere sempre segnata da
un cataclisma provocato dallo scatenarsi di uno degli elementi tradizionali.[10]
Quello attuale è l’ultimo
Grande Anno del Manvantara ed è appannaggio della razza bianca discesa da zone
circumpolari, dove si trovava “in sonno”, quale erede diretta della Tradizione
Primordiale (razza hamsa: 1° Grande Anno) mentre, a minori latitudini, si
succedevano civiltà che, pur sempre espressione della Religio Una,
n’esprimevano, di volta in volta, le specifiche possibilità - in rituum
varietate[11]-
quali sensibili apparenze della diversa natura delle razze e delle loro
peculiari caratteristiche, estrinsecate nella dominanza di epoche e terre
diverse.
La discesa verso Sud della
razza bianca non avvenne senza problemi
ed i principali tra essi dipesero dall’incontro-scontro ( circa –8.000)[12]con
i rappresentanti della razza rossa, stanziati, principalmente, nelle zone
occidentali e costiere del continente europeo nonché in quella fascia di terre
che va dal Magreb[13]al
Caucaso ed alla Mesopotamia. Altrettanto importante era la presenza umana
esistente sull’altro lato dell’oceano; il motivo di questa distribuzione
dipendeva dal risultare l’arcipelago atlantideo, metropoli e centro
d’irradiazione di tale civiltà ma escludo ora dal discorso le culture americane
perché lontane dagli eventi qui esaminati.
Questi brevi cenni sono però
sufficienti per capire come sia proprio a motivo della natura talassocratica
dell’impero di Atlantide che, i popoli, nei quali quel tipo d’eredità prevale,
abbiano il Diluvio nelle loro leggende fondatrici mentre, nelle stirpi di più
diretta filiazione iperborea, facenti capo ad una cultura di
agricoltori-allevatori, sia invece ricorrente il racconto di un brusco
incrudimento del clima, a motivo del quale, a seguito di gelo e tempeste di
neve, fu intrapresa una penosa migrazione in cerca di terre più vivibili.[14]
Entrambi gli eventi sono però epifenomeni di uno stesso immane cataclisma dalle
conseguenze veramente planetarie.
Tra i tanti argomenti, che
possono sottolineare quell’antica rivalità, basti pensare a come, per i popoli
indoeuropei, nei quali ha invece dominanza l’eredità iperborea e continentale,[15]solo
la terra sia la iustissima tellus e quindi unico luogo del diritto (della Lex,
del Nomos anche nel senso alto di Dharma dell’intera, presente umanità): sulle
onde nessuna traccia permane, <<sulle onde tutto è onda>>. Il mare
è libero perché non ha carattere (da charassein incidere) come, in effetti, non
lo ha il mondo contemporaneo dove, di nuovo, c’è l’universale e incontrastato
dominio di un impero marittimo e ciò fino a quando non torneranno i
<<Saturnia regna, … Hinc … cedet
et ipse mari vector, nec nautica pinus mutabit merces,[16]omnis feret omnia
tellus.>>[17]e
coerentemente per l’Apocalisse[18]non
solo non ci sarà più navigazione ma sulla pura terra avvenire non ci sarà
proprio più mare. . Del resto, altri racconti attribuiscono alla discesa
ciclica uno spazio ognor crescente pel mare: solo 1/7 dell’intera superficie
agli inizi, 1/4 nel periodo atlantideo
mentre ai nostri giorni la proporzione si è addirittura invertita: 4 a 1.
L’ultimo Grande Anno, che,
in epoche tanto remote, stava per iniziare, era così segnato dagli esiti di
questi due principali ed in un certo senso alternativi retaggi. Esiti, poi
reperibili in tutte le civiltà successive, sia sul piano della loro
organizzazione tradizionale, sia su quello della composizione etnica dei popoli
vettori. Le differenze erano ma sono ancor oggi individuabili, in entrambi i
livelli, dalla maggiore o minore presenza degli elementi entrati nella
composizione. A complicare le cose, per la precisione, debbo aggiungere come la
presenza di ciò ch’era sopravvissuto da forme cultuali appartenute ai periodi
di dominanza delle razze, nera (meridionale: 3° Grande Anno) e gialla
(orientale: 2° Grande Anno), avesse un ruolo residuale ma non indifferente al
momento della formazione di alcune di queste culture.
Senza poi troppo
allontanarmi dal tema principale, mi sembra infine il caso di rispondere ad
alcuni interrogativi che, per quanto mi risulta, non sono mai stati
sufficientemente ascoltati da alcuno con questa disponibilità quando, al
contrario, la risposta è decisiva per iniziare a ricomporre un puzzle
altrimenti irrisolvibile. Innanzitutto, l’uso della terminologia <<razza
bianca>> e <<razza rossa>> può generare equivoci, dovuti
all’accezione contemporanea in cui la prima è intesa e, di conseguenza, al
sorgere di qualche perplessità riguardo a farsi un’immagine della seconda. Le
differenze tra loro possono oggi non sembrare eccessive ma dobbiamo tener conto
del melting pot di cui ho qui tratteggiato soltanto gli inizi e che, da tempo,
si sta ulteriormente complicando. Inoltre, mentre per la razza bianca
l’isolamento ne aveva permesso l’omogeneità,[19]per quella rossa
l’elemento cosmopolita, collegato all’impero ed al dominio dei mari e di terre
lontane, doveva aver già avuto inevitabili conseguenze.
Oltre alle obiettive
difficoltà scientifiche, esistenti nell’affrontare il tema razziale, un
approccio il più possibile neutro è via inusitata non godendo, né delle
simpatie della politically correctness, né di quelle del punto di vista avverso
perché, per prima cosa, si deve affermare che i popoli d’origine europea - o
meglio, ciò che comunemente viene, ai nostri giorni, designato quale razza
bianca, creando così qualche confusione col valore originario di tale
denominazione – sono, nel loro insieme, il frutto di mistioni assai complesse:
in primis con la razza rossa, la quale, a sua volta, dagli antropologi non è
nemmeno considerata quale razza a sé stante ma è ritenuta soltanto una semplice
variante. In ogni modo, essa, all’epoca della giunzione, veicolava, per i motivi
già detti, molte altre componenti.
In definitiva, si può
affermare come il prototipo del tipo razziale bianco e linguisticamente
indoeuropeo sia rappresentato da quello che oggi è noto come tipo nordico;[20]nell’Induismo
vedico, Indra è il dio biondo (hàri) mentre per la pelle, avendo presente come
i nordici, nella percezione cromatica degli arabi, siano detti “uomini blu”[21]-
a ragione del trasparire del sangue – è rilevante l’attribuzione di questo
colore a Vishnu ed a Krishna.[22]
Da quanto ho detto sinora, è
evidente come l’eredità iperborea sia in prevalenza riscontrabile presso i
popoli della famiglia linguistica indoeuropea ed in particolare – come già
affermato[23]-
presso gli Indù. Avendo ben presenti i tipi umani dominanti nel sub-continente,
è anche palese di come, al contrario, l’elemento etnico non sempre segua gli
stessi rapporti d’incidenza percentuale di quello culturale.
L’eredità tradizionale
atlantidea è invece più presente presso i popoli di stirpe semitica; tra gli
Ebrei in particolare nonché, in parte, tra i Camiti mentre, da un punto di
vista genetico, la partecipazione della razza rossa è rilevante in quella che,
oggi, s’intende per razza bianca, ebrei compresi.[24]A tutto questo, si
deve aggiungere che, esclusi gli indù (in tutte le loro varianti confessionali
e pochi buddisti), nel nostro tempo, tutti gli indoeuropei stiano praticando
religioni d’origine semitica.[25]
Per cercare di visualizzare
in qualche modo quest’evanescente razza rossa, ritengo essere la giusta strada
quella di procedere alla collazione delle testimonianze che la riguardano e,
nel contempo, sempre avendo presente che lo scopo è quello di riportarci alle
diverse confluenze tradizionali presenti nell’Ebraismo, giudico, altresì
indispensabile, verificare gli eventuali segni del suo riconnettersi a quel
preciso filum etnico. Incominciando da questi ultimi, sono del parere che, il
primo indizio sia lo stesso nome di Adamo. Intanto, bisogna sottolineare come
appartenga ad un processo del tutto normale dei testi tradizionali, il far sì che
un elemento particolare possa essere preso a prototipo di un insieme più ampio
e viceversa. Per tale motivo, Adamo, il quale nel Genesi rappresenta il primo
uomo di quest’umanità, appare poi, da alcune peculiarità linguistiche
appartenere invece ad un ciclo secondario ed assai più recente. Infatti, il suo
ruolo di primo referente della filiazione semitica (lato sensu), dalla quale è
poi sorto l’Ebraismo, risulta proprio dall’etimo: aâdâm, man, mankind Ö dm, blood, da cui adêm, be red, adumym, ruddy, red
of a man oppure ebr. ed ar. adm, tawny
ovvero il fulvo dei capelli mentre significativo, quale
accenno all’epidermide, è l’ar. adamath, skin, che in ebr. ha la più prossima
assonanza con adamah, ground, land[26]
riproducendo così lo stesso rapporto esistente in lat. tra homo e humus con, in
più, una significativa coincidenza che <<…si l’on rapporte plus
spécialement ce même nom d’Adam à la tradition de la race rouge, celle-ci est
en correspondance avec la terre parmi
les éléments, comme avec l’Occident parmi les points cardinaux…>>[27]
L’Occidente è la terra di
Atlantide, la terra in cui la Tula – già iperborea (cfr.supra, n. 25) - venne
ad identificarsi con l’isola di Ogigia posta nell’Atlantico settentrionale
ovvero nelle attuali Færöer di cui ne resta una traccia toponomastica nel Mt.
Høgoyggi dell’isola di Stòra Dìmun.[28] Ma, per l’area
semitica, all’Occidente ci riconducono altri precisi riferimenti: come abbiamo
visto[29]l’iterativa
formula del Genesi <<…and God saw that it was good>> ovvero ky tôb
è sempre seguita dall’altra <<…and evening came and then
morning>> ovvero oyhy ‘reb oyhy
boqer,[30]nella
quale è evidente la precedenza data alla sera quando - sole occidente - l’astro
del giorno va verso quella terra liminare che è appunto das Abendland . Infatti, alla Ö ‘rb è connesso il senso di qualcosa <<…qui est placé derrière ou au-delà, ce qui
est éloigné, caché, dissimulé, privé du jour; ce qui passe, ce qui termine, ce
qui est occidental, etc. les Hébreux, dont le dialecte est évidemment antérieur
à celui des Arabes, en ont dérivé ‘bry, ( ebreo] et les Arabes ‘arab [arabo) par une transposition de lettres qui leur est
très-ordinaire dans ce cas. Mais soit qu’on prononce ‘bry, soit qu’on prononce ‘arab, l’un ou l’outre mot exprime
toujours que le peuple qui le porte se trouve placé ou-delà, ou à l’extrémité,
ou aux confins, ou au bord occidental d’une contrée>>.[31]
Oltre a questi due segni
dell’appartenenza del filum ebraico alla scomparsa civiltà occidentale, un
altro è individuabile nel già citato ruolo biblico del Diluvio[32]quale
fondamentale turning-point of history, inoltre c’è una poco nota descrizione[33]dell’aspetto
fisico del suo protagonista – che in qualche modo a quel mondo apparteneva -
tale da fornirci ulteriori ragguagli sulle caratteristiche della razza in
argomento: <<Dopo del tempo, mio figlio [è Enoc che parla] Matusalemme
prese una moglie per suo figlio Lamek e costei rimase incinta da lui e generò
un figlio. Ed era la sua carne, bianca come neve e rossa come rosa e i capelli
del suo capo e la sua chioma erano come bianca lana e belli erano i suoi occhi
e, quando li apriva, illuminava tutta la casa come il sole, e tutta la casa
risplendeva assai. E quando suo padre, Lamek, ebbe paura di lui, fuggì. E venne
da suo padre Matusalemme>>.
Viene ora da domandarsi il
perché di tanto timore per l’aspetto di quel neonato cui sarebbe poi stato dato
il nome di Noè; il motivo lo indica espressamente Lamek nella descrizione che,
del figlio, fa a suo padre: <<…mi sembra che egli non sia nato da me ma
dagli angeli ed io temo che, ai suoi giorni avverrà un prodigio sulla
terra...>>.[34]La
spiegazione di questo apparentemente ingiustificato pericolo rappresentato
dagli angeli la dà il bisavolo Enoc, presso il quale, Matusalemme è andato a
chiedere consiglio: << Il Signore restaurerà la Sua Legge sulla terra ed
io ho già visto ciò nella visione e ti ho fatto noto che nella generazione di
Yared, mio padre, si è negletta, dall’alto dei cieli, la parola del Signore.
Eccoli [e.s. gli angeli], fanno peccato e trasgrediscono la Legge e si sono
uniti con le donne e commettono peccato con loro e tra loro hanno preso mogli,
generando figli. Genereranno sulla terra i giganti, non di spirito ma di carne
e sarà gran flagello su tutta la terra ma essa si laverà da tutta la corruzione.>>[35]
È lo stesso episodio che,
nella versione biblica, viene espresso con contenuti sostanzialmente identici:
<<Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero
loro figlie, i figli di Dio [qui, nell’originale, Dio è Elohim e la frase è
bene ha’Elohim] videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per
mogli quante ne vollero. Allora Dio [qui invece è YHWH] disse: “il mio spirito
non resterà sempre saldo nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di
centoventi anni.[36]”
C’erano sulla terra i giganti [Nephilim, neflym,[37]] a quei tempi – ed
anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini ed
ebbero da loro dei figli: questi furono gli eroi dell’antichità, uomini
famosi.>>[38]
Chi sono dunque questi enigmatici
bene ha’Elohim? A mio parere qui entrano in gioco due diversi piani ontologici,
entrambi significativi per questa ricerca: dai brani riportati, certe volte,
gli angeli che fanno peccato e che hanno figli carnali sembrano coincidere con
i bene ha’Elohim, così determinando incertezza e perplessità. È necessario
quindi precisare che, al livello più alto, si trovano gli Elohim ovvero entità
definibili quali Aggeloi ethnarchontes, i quali - secondo quanto afferma il
Deuteronomio,[39]nella
sua versione ultima, stabilita dalla scoperta a Qumrân di un frammento del
1°sec.A.C., versione già presente nella Settanta (…Aggelōn Theou) ed ora
pertanto documentalmente convalidata - sono coloro che << quando l’Altissimo spartì le nazioni, quando divise i
figli degli uomini, Egli fissò le frontiere dei popoli secondo il numero dei
Figli di Dio>>. Gli altri invece sono i fedeli, i seguaci di questi ed
anche i loro figli: i Nephilim.[40]
In questo pantheion, uno
degli Elohim è (se ricordiamo la
tripartizione del Tetragramma) -Je [Y],
Colui che sceglie Israele e diventa il suo Dio.[41] In altri termini,
passando ad un modo d’esprimersi più diretto: è il monoteismo (qui sarebbe più
appropriato l’uso del termine vedantico di “non-dualità”) della Tradizione
Primordiale, della Religio Perennis,[42]che si perpetua, a
dispetto di tutte le avvenute deviazioni ma rivestito di forme legittime
ancorché proprie alla civiltà condannata, in quella comunità rappresentata da
Noè[43]e
dall’ekklēsia dell’Arca. Del
resto, tra i tre figli del Patriarca della Prima Alleanza[44]– ognuno in
singolare e non casuale coincidenza con la tripartizione[45]- non è a Giafet
(eponimo dei Giapeti ossia di quegli Indoeuropei che, discesi dalle ancestrali
sedi boreali, rivivificavano ed in parte sostituivano la decaduta tradizione
atlantidea) che spetta un’espansione mondiale ed il dover poi, sul finire del
ciclo, in epoche a noi molto più prossime, abitare le tende di Sem ovverosia
far propria l’abitazione, l’habitus, rivestire cioè le forme della tradizione
semitica?[46]
Il Libro di Enoc ci
fornisce, riguardo alla localizzazione di questi avvenimenti, un’ulteriore
importante informazione: il Cap.LXXI contiene un complicatissimo excursus
calendariale, nel quale sembra essersi riuscito ad orientare molto bene il
primo traduttore inglese del testo etiopico: Richard Laurence;[47]i
risultati sono davvero significativi, in quanto stanno ad indicarci che gli
avvenimenti narrati, si svolgono in una contrada dove il giorno più lungo
dell’anno è pari al doppio del giorno più corto. Poiché sappiamo – ci è noto
dai Vêda - che la sede della Tradizione Primordiale era <<la terre où le
soleil faisait le tour de l’horizon sans se coucher…>> e <<…il est
dit aussi que, plus tard, les représentants de la tradition se transportèrent
en une région où le jour le plus long était double du jour le plus court
…>>,[48]siamo
ora in grado di fissarne la latitudine intorno ai 49° ovvero la collocazione
che, in Europa, è quella di Parigi. La région in questione è naturalmente
l’Atlantide e la posizione geografica che abbiamo ottenuto è del tutto
compatibile con il possibile assetto della massa principale del continente
(arcipelago) scomparso.
Giunto a questo punto, non
mi è possibile approfondire il tema della natura del peccato commesso e dei
suoi sviluppi sino ai giorni nostri ma il fatto stesso che ne siano risultati i
“caduti” lo qualifica – in analogia con quello perpetrato illo tempore et in
Cælo - come “luciferino” (in altri termini, il rifiuto di un ruolo assegnato).
Il fatto che a compierlo possano essere stati gli “angeli” lo definisce quale
deviazione all’interno di una società di uomini, il cui scopo originario era la
santificazione ovvero di un gruppo inteso ad una qualche forma di realizzazione
spirituale. Il fatto infine che tale
perversione sia potuta avvenire esclude, per esprimere la cosa nei
termini della tradizione classica, che
possa essersi trattato di un’organizzazione appartenente al novero dei magna mysteria. Non resta quindi che pensare
ad un ambiente di Kshatryias o “cavalleresco” che dir si voglia come, infatti,
sia l’espressione <<… eroi dell’antichità, uomini famosi.>>, sia il
brano <<Giacciono con i guerrieri, i Nephilim dell’antichità, che scesero
allo Sheol con le loro armi da guerra>>;[49]entrambi,
pienamente, confermano. In sostanza, essa fu la ribellione di un potere
temporale verso le legittime prerogative del potere spirituale. È quindi, da
quest’elemento “militare” che, tutto il susseguente Grande Anno viene marcato,
non soltanto per l’aspetto negativo è bene sottolineare[50]ma, comunque,
coinvolgendo ogni momento della successiva storia della “razza bianca” o, con
maggior precisione, europea.
In ogni modo, secondo una
logica causale di matrice teologica, fu questa stessa specifica “insurrezione”
a provocare il Diluvio[51]mentre,
da un punto di vista cosmologico, si può dire che il processo debba essere
considerato come sincronico. In altri termini, il collegarsi in successione dei
due eventi, era, in quella precisa fase ciclica, diretta espressione della
qualità dei tempi. In seguito, come ho già precedentemente accennato, a
proposito della discesa verso Sud della razza bianca, il 6° Avatâra di Vishnu
cioè Parashu-Râma[52]pose
fine a quel potere usurpato, sconfiggendo demoni, Titani,[53]Giganti o Nephilim
che dir si voglia.
Dovrebbe ora risultare
chiaro perché, quando degli indoeuropei cominciamo ad avere notizie
storicamente più precise, le due razze, sulla fascia più occidentale
dell’Eurasia, appaiano inscindibilmente fuse anche se l’apporto iperboreo
abbia, di fatto, maggior incidenza per quello che riguarda miti e costumi. Sul
piano di questi ultimi, direi che una certa prevalenza dell’elemento nautico,
predatorio, mercantilistico ed in molti casi nettamente piratesco è un segno
evidente dell’importanza assunta dall’influenza definibile occidentale. Anche
l’astuzia è, in Ulisse, un indice d’alterità rispetto all’ingenuità nativa[54]della
razza. Ed egualmente, per quest’aspetto divergenti, sono - quali navigatori -
gli Achei[55]e,
con loro, i “popoli del mare”; così i più tardi Vichinghi e tra essi i
Variaghi.[56]Questi
ultimi, imponendosi ai continentali Slavi e fondando a Kiev un loro principato,
sono dai vinti definiti i “rossi” (anche i finni li chiamano Ruotsi), da cui il
nome di Rus dato al paese. Quest’aspetto ha poi, nettamente, caratterizzato
l’espansione mondiale degli anglosassoni
benché figli della pur <<pallida Albione>>. Ma, ciò nonostante,
l’elemento boreale resta prevalente:
<<L’homologie entre le type physique e le statut social est explicite
dans le Chant de Rig de l’Edda: Jarl le noble est “blond pâle”, Karl le paysan
libre est “roux, aux joues roses”, Træll le serviteur est “noir de
peau”.>>[57]
Per la seconda componente
della tripartizione del Tetragramma -Ho [H] - il rinvio è ad una fase assai più
tarda del ciclo: Abramo esce infatti da Ur all’inizio del II millennio A.C. Ur,
ci è nota come una città dei Caldei, il che può apparire un anacronismo in
quanto quel popolo compare come tale soltanto intorno all’XI sec. A.C., in
effetti, il radicamento in quell’area della base linguistica semitica è
realmente antico ed <<essa pone come sistema o quadro di riferimento
l’idioma che ha la più antica e più ampia documentazione scritta , l’accadico
[o assiro; ho qui usato l’uno o l’altro nome a seconda di quello che ho trovato
nella fonte citata]….con tracce di sostrato sumero ed i cui documenti più
remoti risalgono alla metà del III millennio A.C.>>.[58]Quindi, se per
Caldea non ci si deve limitare ad intendere la patria di un popolo è, in
alternativa, logico pensare che se <<…le nom …. désignait en réalité non pas un peuple particulier,
mais bien une caste sacerdotale>> e se <<la Celtide et … la
Chaldée, dont le nom…est le même>>,[59]in un senso
profondo s’identificano, perché non vedere qui uno dei risultati dell’incontro
tra la corrente settentrionale e quella occidentale? Certo che, per determinare in
tutta sicurezza il momento della giunzione,
<<…il faudrait tout d’abord savoir à quelle époque précise remonte le
Druidisme, et il est probable qu’il remonte beaucoup plus haut qu’on ne le
croit d’ordinaire,[60]d’autant
plus que les Druides étaient les possesseurs d’une tradition dont une part
notable était incontestablement de provenance hyperboréenne.>>[61]A
mio parere, la collocazione temporale ma anche spaziale è quella che ho già
dato a proposito dell’incontro-scontro precedentemente citato[62]e,
per il quale, posso aggiungere che il mitico posarsi dell’arca sul Mt. Ararat
indica nella parte orientale e meridionale di quell’ambito geografico, il
settore che più interessa la genesi dell’Ebraismo.
In effetti, il Caucaso, per
l’incredibile giustapporsi dei popoli più diversi, sembra rappresentare come un
résumé delle razze aventi parte all’ultima fase del Manvantara e lì, come nella
parte occidentale ed atlantica dell’area in questione, si ritrovano gli stessi
segni linguistici; ad esempio il nome Iberia designa, sia la penisola europea
(ma anche la grande isola atlantica: l’Irlanda è, in lat., l’Hibernia), sia,
nella lingua nativa, la Georgia (variante: Imeria). Infine, le lingue
prettamente caucasiche ed il basco trovano, nel reciproco confronto, le uniche
possibili affinità nell’intero contesto mondiale.
Del resto, anche sul piano
antropologico, esiste tra Celti ed Ebrei una comune tendenza al rutilismo ed i
rossi sono stati (spesso ancor oggi) per vari aspetti ed in molte circostanze,
stranamente, associati nei luoghi comuni del pregiudizio antisemita: <<
le rouge de cheveux trahit, un peu partout en Europe, la fécondation pendant
les règles, d’ou découle par ailleurs un ensemble de traits qui font du rouquin
un être trouble, à l’odeur forte, à l’haleine trop chaude.>>.[63]A
tutto ciò, si può confrontare l’antica diceria del fetor judaicus nonché
<<…le désordre des humeurs, et singulièrement du sang ….
[les]”écoulements” des juifs et des
cagots, eux aussi affligée de ces étranges “flux”, …>>.[64]
Evidentemente si tratta di un qualcosa di ancestrale che è rimasto indelebile
nel folklore se <<toutes les “races maudites” dont nos avons cerné
l’image présentent ce trait>>.[65]<<”Poil de
Judas” en France, suffit pour désigner un roux. En Allemagne, on le traite tout
simplement de “Judas” ou bien d’ ”âme de Judas”…..un peu partout en Europe les
éphélides sont appelées “marques de Judas>>.[66]Vizi d’origine e
impurità che determinano un calore malsano e libidinoso nonché un carattere
difficile, violento ed infido; anche per il Ruodlied (XI sec.):[67]<<non
sit tibi rufus unquam specialis amicus>>. Tratti questi, che non mi
sembrano lontani dall’immagine, quale, sulla base di ciò che c’è stato narrato,
possiamo attribuire ai Nephilim. Con loro, l’Ebraismo, che non di meno li
condanna, avrebbe avuto in comune soltanto la civiltà d’origine, non certo la
colpa essendo Noè un puro, un
hanîf inteso nell’accezione già
esposta: cfr. supra, n. 96.
È noto <<…le rapport légendaire établi entre Nimrod et les Nephilim
ou autres “géants” antédiluviens, qui figurent aussi les Kshatriyas dans des
périodes antérieures…>>[68]ma, oltre a queste
significative relazioni, c’è da fare un’altra considerazione; in ebr. Nimrod è nimrod ed in arab. è nimr, in entrambe le
lingue il vocabolo sta ad indicare un animale with a spotted coat ma anche
keen-eyed, in ass. Namâru ha il senso di shine, gleam.[69] Come non pensare a
les éphélides od anche alla descrizione
dell’infante Noè <<belli erano i
suoi occhi e, quando li apriva, illuminava tutta la casa come il sole>>.[70]
Però, dietro quelle macchie c’è ancora dell’altro: l’animal tacheté può essere la tigre che <<…comme
l’ours dans la tradition nordique [est] un symbole du Kshatriya et la fondation
de Ninive et de l’empire assyrien par Nimrod semble être effectivement le fait
d’une révolte des Kshatriyas contre l’autorité de la caste sacerdotale
chaldéenne>>.
Riassumendo, credo quindi
possa affermarsi che, la Caldea (da intendersi assai più ampia che quella storica)
sia stata teatro del momento orientale di quella giunzione più volte citata,
dando luogo a tradizioni dove la componente “occidentale” risultava prevalente
mentre la parte atlantica e centrale dell’Europa ha avuto nel Druidismo un
esito, dove, l’elemento “settentrionale” giocava sicuramente il ruolo
preponderante.
Le tracce mediorientali di
quella giunzione – pur se non rilevate e fraintese - sono molto evidenti anche
da un punto di vista linguistico; basti pensare ai Sumeri il cui nome è del
tutto confrontabile con il skr. sumera, nome composto da sú-, corresponding in
sense to e da -meru, name of a fabulous
mountain, regarded as the Olympus of Hindû mythology and said to form the
central point of Jambu-dvîpa [i.e. questo nostro mondo terrestre; in realtà
tutti e sette i dvîpas convergono nel “vertice” del Meru]; all the planets
revolve round it …:[71]è,
in effetti, la montagna polare, per la quale passa l’asse terrestre ed è
espressamente indicata dall’Induismo come la sede della Tradizione Primordiale.
È perciò significativo che Sumera,[72]risulti
il nome dell’Artico, con ciò testimoniando di cosa fu sede quella regione;
potremmo infatti anche tradurre e con maggior precisione, “beata sede
iperborea” . Un tal nome applicato ad un popolo - nel contesto generale che ho
delineato - fa riflettere. L’ ebr. shmr, keep, watch, preserve, e l’ar. samara,stay awake, trasmettono un’idea di vigilanza,
di conservazione e - di fatto - con shmr, si designa la Samaria stante, in quel
particolare ambito, il ruolo storico di assoluto conservatorismo religioso dei
Samaritani nei riguardi del rimanente Ebraismo. Il più ampio significato
sotteso è da intendere nella custodia di un legato tradizionale.
C’è poi un altro nome di
paese, la Siria o Assiria (o Accadia), che presenta due interessanti
connessioni:
Per essere stata la patria
di quel tardo epigono dei Nephilim, quale fu Nimrod, l’ebraica Ö sur, dal significato di base turn aside sviluppa,
ovviamente, quelli, nella fattispecie del tutto appropriati, di rebellion e
apostasy.[73]
Con l’arabo invece torniamo alla relazione con la tradizione iperborea: per
un <<… enseignement traditionnel de l’Islam …la langue “adamique” était
la “langue syriaque”, loghah sûryâniyah, qui n’a d’ailleurs rien à voir avec le
pays désigné actuellement sous le nom de Syrie, non plus qu’avec aucune des
langues plus ou moins anciennes dont les hommes ont conservé les souvenir
jusqu’à nos jours.>>[74] Pel concetto tradizionale di monogenesi del linguaggio, si tratta
ovviamente della lingua originaria, propria agli uomini della razza hamsa, i
quali vivevano in the Arctic home. Mi sembra, adesso, importante sottolineare
come, mentre nei paesi meridionali il sole, non dico che sia un nemico ma, per
il calore, determina un atteggiamento di fuga dai suoi raggi, nell’estremo Nord
è atteso e desiderato così da scaturirne, nell’indigenza, un richiamo assoluto.
Ed il nome in skr. del sole è proprio Sûryâ
<<et ceci semblerait indiquer que sa racine sur,[75]
une de celle qui désignait la lumière, appartenait elle-même à cette langue
originelle.>>.[76]È
questa, quella Siria primitiva <<dont Homère parle comme d’une île située
“au-delà d’Ogygie”, ce qui l’identifie à la Tula hyperboréenne, et “ou sont les
révolutions du Soleil>>.[77]
La Siria storica giunge pertanto ad avere lo stesso, trasposto significato
attribuito ai Sumeri, i quali quindi ce ne appaiono, davvero, i legittimi
abitanti.
Tutto quanto ho già
esaminato, ci ha, più volte, mostrato ciò che può trarsi da un’attenta
collazione del lessico accadico (ovvero dalla lingua semitica, che per
geografia e tempi è relativamente più prossima alla giunzione in argomento) e
di quello indoeuropeo. Alcuni dei raffronti riportati mostrano, infatti, le
notevoli convergenze con questa lingua ma del pari importanti sono anche quelle
che appaiono esistere tra i due ambiti linguistici, indoeuropeo e semitico,
considerati nel loro insieme. I motivi, all’origine del fenomeno, risiedono,
per gli apporti che c’interessano maggiormente, nei contatti predetti mentre,
per altri casi, non è da escludere la necessità di rapportarsi anche al
substrato più arcaico, collegato alla stessa monogenesi del linguaggio. Non
deve essere infine dimenticato come, in seguito - last but not least - quando
ci fu il grande insediamento indoeuropeo nel Mediterraneo (2° millennio A.C.),
quell’area diventasse un tale punto d’incontro che, le tante somiglianze
linguistiche, oggi riscontrabili, siano da attribuire piuttosto alla
stratificazione di tale complesso succedersi di eventi invece che – con
atteggiamento notevolmente riduttivo e singolarmente one minded - ascriverle al
discendere tout court di una delle due grandi famiglie dall’altra, negandone le
rispettive, specifiche identità.[78]
Resta adesso
da esaminare la
terza ed ultima
parte del Nome
–Wa [WH], che, per i suoi
riferimenti egizi, è – rispetto alle altre – in sequenza
cronologica con la storia ebraica e con il succedersi delle civiltà nell’area
mesopotamico-mediterranea. Per quest’ultimo aspetto, è dunque importante
collocare la civiltà egizia nell’ambito temporale, che le compete. Lo scopo, è
di pervenire a delineare un quadro, il più possibilmente chiaro, dell’intreccio
d’influenze che hanno poi condotto alla definizione dell’Ebraismo. Agli inizi
di questo percorso, è apparso il rilievo del ruolo del profeta Enoc; giunti ora
a questa fase è bene ricordare che <<…on sait qu’Henoch ou Idris [il suo
nome nell’Islam] antédiluvien lui aussi, s’identifie à Hérmes ou Toth, qui
représente la source de laquelle le sacerdoce égyptien tenait ses connaissances…>>.[79]
E Toth era, dai Greci, fatto
corrispondere ad Hermes con la
conseguenza – e adesso lo vedremo meglio -
di un’origine egizia di tutte le correnti, le quali, appunto sotto il
titolo di ermetiche, hanno in seguito percorso l’Europa cristiana, influenzando in modo particolare, come ho in precedenza accennato, le scienze
e le arti tradizionali. Nonostante,
infatti, le equivalenze succitate anche il nome di Hermes ha una sua
rispondenza a sé stante in arabo: hermes . Essa non è, probabilmente, che solo
un parziale ricalco sul greco, in quanto già Ermēs doveva essere estraneo
a quest’ultimo sin dall’inizio perché pervenuto <<[on] suppose [par] une
origine égéenne>>.[80]
Come poteva, infatti, un dio con quelle caratteristiche risultare ingenuus alla
stirpe? Non per niente era anche
figlio illegittimo di Zeus e di Maia, figlia, naturalmente, d’Atlante.[81]
Se poi prendo gli elementi
consonantici di base: HRM, vedo che, significativamente, coincidono con la
radice di haram, piramide; radice cui, a sua volta, è connesso il senso di
grande vecchiaia, remota antichità. L’attributo datogli dai greci è riprodotto
con lo stesso significato e più esplicitamente (triplo per la saggezza)
dall’ar. al-muthallath bil-hikam ed
ha, in questa lingua, la particolarità che al-muthallath sta a designare anche il triangolo e
triangolari sono le facce della piramide, <<…qui a dû être déterminée
aussi “par la sagesse” de ceux qui en établirent les plans…>>.[82]
In egizio, il nome del monumento era mr, nel quale ritroviamo gli stessi
componenti radicali di Meru ossia della montagna polare degli Indù e sede della
Tradizione Primordiale e del resto il triangolo di per sé, come il pyramidion
che, in Loggia, costituisce la parte sommitale di the broached thurnel, hanno entrambi la stessa possibilità di
richiamo simbolico senza che vengano escluse le altre citate in precedenza.[83]
Non stupisca questo riferimento al Meru perché, prima della “confusione delle
lingue”,[84]la
percezione dell’equivalenza di fondo e della comune origine di tutte le
tradizioni era patrimonio universale ed ancor oggi, in ambito islamico, il
termine lingua può essere usato, parlando di un popolo, come sinonimo per
indicarne la religione.
Rimanendo nel mondo islamico
vediamo che <<cette “triplicité” a d’ailleurs encore une autre
signification, car elle se trouve parfois développée sous la forme de trois
Hermès distincts: le premier, appelé “Hermès des Hermès” (Hermes El-Harâmesah)
et considéré comme antédiluvien, est celui qui s’identifie proprement à Seydna
Idris; les deux autres, qui seraient postdiluviens, sont l’“Hermès Babylonien”
(El-Bâbelî) et l’“Hermès Égyptien (El-Miçrî); ceci paraît indiquer que les deux
traditions chaldéenne et égyptienne auraient été dérivées directement d’une
seule et même source principale, laquelle, étant donné le caractère
antédiluvien qui lui est reconnu, ne peut guère être autre que la tradition
atlantéenne>>.[85]
Per completare i nostri parametri, resta da dire che <<…si la source
principale est ainsi la même, la différence de ce formes fut probablement
déterminée surtout par la rencontre avec d’autre courants, l’un venant du Sud
pour l’Égypte, et l’outre du Nord pour la Chaldée>>.[86] Mentre la cosa, per la Caldea, c’era nota, con l’Egitto compare adesso
il legato della Razza Nera (3°Grande Anno); nonostante ciò è però necessario
sottolineare che <<…la tradition hébraïque est essentiellement
“abrahamique” donc d’origine chaldéenne>>.[87] Qui giunti,
c’imbattiamo in un ulteriore diversificarsi della prospettiva: infatti, la
soluzione che per prima sarebbe venuta allo spirito ed anche quella in
apparenza più semplice, sarebbe stata di considerare l’ultima parte della
tripartizione nient’altro che l’introduzione di una componente egizia
nell’insieme dell’Ebraismo. Invece,
<<…la “réadaptation” opérée par Moïse a sans doute pu, par suite des
circonstances de lieu, s’aider accessoirement d’éléments égyptiens, surtout en
ce qui concerne certaines sciences traditionnelles plu ou moins secondaires;
mais elle ne saurait en aucune façon avoir eu pour effet de faire sortir cette
tradition de sa lignée propre, pour la transporter dans une autre lignée,
étrangère au peuple auquel elle était expressément destinée et dans la langue
duquel elle devait être formulé.>>[88] Di fatto, nel
percorso sinora compiuto, abbiamo veduto come Noè, ancorché hanîf, fosse un
rappresentante del mondo atlantideo e come poi, dal melting pot della
giunzione,siano emersi sia il Celtismo, dove l’influenza nordica era
prevalente, sia il Caldaismo, dove, invece, quella occidentale aveva maggior
ruolo. Giunto in Egitto, il popolo ebraico, fedele al suo genio, può aver
trovato symtatheia soltanto con gli
aspetti della tradizione del paese
più affini a
sé ed alle sue origini
e se le cose stanno così, debbo concludere che nemmeno in questo caso
siamo in presenza di un prestito, di un
collage sincretico ma che Wa ®¬ Wsir è un fenomeno di convergenza provocato da un
substrato comune ad entrambe le tradizioni e l’aggiunta è pertanto avvenuta nel
pieno rispetto del portato caldaico. Questa fedeltà alle proprie radici,
traspare allora anche nel senso che ho attribuito alla terza parte del già
esaminato Jahbulon (Jah-bul-on); nel qual caso, addirittura, ci sarebbe
un’operazione inversa: -on, pur parola egizia (On, Aton), testimonierebbe un
momento storico nel quale, il popolo ebraico avrebbe imposto la propria visione
monoteista al paese ospite. Sembra logico attribuire l’appartenenza di questo
substrato alla discendenza atlantidea d’entrambe le tradizioni ma ciò è vero solo
in parte e, soprattutto, le evidenti differenze tra le due investono anche
questa condivisa eredità per ciò che riguarda, in particolare, le
estrinsecazioni di carattere cultuale.
Ma soffermiamoci sul perché
si trovi qualcosa non completamente pertinente al comune substrato: qual è
dunque la novità? A mio parere essa sta in quella corrente multiforme,
pressoché universalmente presente e non altrimenti definibile se non
“dionisiaca”. Essa corrisponde all’affiorare, nel corpo sociale[89]dell’ultimo
Grande Anno del Manvantara, di impulsi ognora crescenti e dall’immenso potere
disaggregante e, perciò stesso, in necessità di un contenimento rituale,
rappresentato, e da un preciso quadro teologico/mitico, e da riti intesi alla
trasformazione/ sublimazione delle grandi forze presenti, nonché, da periodici
episodi di “libertà” vissuti, in Europa, sino al nostro Medio Evo, nelle ben
note feste carnascialesche. Anzi, a sottolinearne l’importanza, si deve mettere
in evidenza come la fine di queste coincida con la nascita del mondo moderno,
nel quale tali spinte dal basso non più respinte o incanalate ma,
disordinatamente accolte e ricercate, contribuiscono a rafforzarne ogni aspetto
innovativo grazie all’enorme potenziale inerente la loro magmatica energia.[90]
La razza bianca, nelle sue
sedi circumpolari, contrassegnata da un temperamento flemmatico[91]e
depositaria di dottrine e di culti, i quali erano – come abbiamo già visto -
quanto di più prossimo ci fosse alla Tradizione Primordiale, doveva godere di
una situazione sociale e psicologica definibile olimpica. Quest’equilibrio,
senza dubbio, iniziò ad alterarsi già al momento della discesa ma ancor più,
quando, poi, s’ebbero gli scontri-incontri con altre genti anche se poi, in
qualche modo, rimase tra gli ideali dei popoli che da quella stirpe derivarono.[92]
Per fare un esempio tra i molti possibili: l’imperturbabilità è, anche oggi,
sentita, al fondo, come un atteggiamento superiore essendo connaturata alla
padronanza di sé e, di conseguenza, all’attitudine al comando mentre
l’emotività e le sue pulsioni, spesso paradossalmente cercate, suggerite ed
addirittura lodate come indice di genuina umanità, sono percepite, pur se non
sempre lo si confessi, quali segni di una caduta di tono. Di un vulnus nel
carattere insomma. Cosicché, quando in un popolo tale sentimentalità domina e
lo contraddistingue, siamo certamente in presenza di un sintomo di decadenza e
stanchezza civile.
Stante quest’attitudine di
base, si può comprendere come, in tempi lontanissimi, il rapporto con il soprasensibile,
si realizzasse unicamente per mezzo della volontà e della capacità di
concentrazione nonché attraverso l’uso di precisi mezzi rituali.[93]
Soltanto in seguito, sorse la necessità d’altri strumenti, che, in qualche
modo, aiutassero l’uomo a superare l’ormai sempre più spessa barriera per lui
rappresentata da ciò che la Bibbia chiama la “tunica di pelle” ovverosia il
corpo carnale in cui è “caduto” dopo la “cacciata” dalla sede originaria.[94]
Per questa decadenza, che il Mazdeismo definisce un passaggio dallo stato mênôk
(sottile) allo stato gêtik (grossolano), <<…n’est-il plus possible
aujourd’hui aux humains, comme il le fut à l’origine, de passer d’un keshwar[95]à
l’autre.>>,[96]non
è infatti più possibile cavalcare << …[l’]animal mythique maintenant
conservé en un lieu secret jusqu’au Frashkart
[la palingenesis] où il doit être sacrifié et son corps servir à la
composition du breuvage d’immortalité>>.[97] Era con
quest’immagine equestre che veniva indicata tale perduta possibilità degli
uomini primordiali di liberamente accedere a tutti i recessi delle “terre” da
allora nascoste e la cui presenza poté ormai rendersi visibile ed il cui spazio
essere percorso esclusivamente attraverso virtù eroiche o godendo di
specialissime situazioni non certo ottenibili soltanto ex voluntate.[98]
Nelle epoche, che
immediatamente precedettero la fine rovinosa del penultimo Grande Anno del
Manvantara, la situazione nell’uomo delle capacità di quest’ordine, pur se
sicuramente superiore a quella esistente ai nostri giorni, non era in misura
alcuna paragonabile a quella propria allo stato dell’umanità primordiale. Il rapporto però con il mondo à côté doveva
essere vissuto in maniera più facile e poiché ogni manifestazione dell’ordine
corporeo ha in quella sfera, per gerarchia ontologica, la sua immediata radice
è comprensibile come, quello, che oggi può apparirci un residuo per certi versi
grottesco – intendo riferirmi a tutto ciò che va sotto l’assai generica
etichetta di Sciamanismo – facesse allora parte di un diffuso modus operandi,
probabilmente proprio, in misura e forme diverse, anche a periodi ancor più
antichi.
Di tale operatività, quello
che n’è rimasto ai nostri giorni, fa comprendere come essa fosse, in
prevalenza, rivolta e limitata all’ambito cosmologico. Doveva, in altri
termini, esser parte dell’esercizio di numerose scienze tradizionali; per cui,
non a caso, lo sciamano, per gli antropologi anglosassoni, a motivo delle
funzioni oggi prevalenti, prende pure il nome di medicine-man. Ora è noto che,
sul finire di una civiltà, sono proprio le scienze e le tecniche a prevalere e
quella che chiamiamo magia è l’applicazione di analoghe procedure sul piano
sottile (mênôk, in iranico) piuttosto che su quello grossolano (ir. gêtîk);
pertanto, tutto quest’ordine d’attività tende ad assumere un ruolo sempre
maggiore ed è proprio quello che deve essere accaduto al mondo atlantideo.[99]
Ma, alle ombre fanno riscontro alcune luci, quali la presenza, nei riti
sciamanici, di simboli sicuramente primordiali come quelli dell’albero e del
cigno.[100]
Cosicché chiaro ed oscuro, s’alternano anche in singolari raffronti
linguistici: la designazione della funzione ci è pervenuta da un contesto
ugro-finnico ma vediamo che in Hindi, sheman è un idolatra mentre è singolare
constatare in qual modo, sempre presso i popoli mongolo-siberiani, alla
connessione tra il nome di Dio ed i concetti di “cielo – alto – elevato”, faccia
riscontro il reperimento
degli stessi significati nelle
pressoché identiche radici semitiche di
shmym, cielo; sama, cielo; samin, elevato. Il candidato a
quell’iniziazione presso i Kirkisi[101]ha nome di baqça,
che posso, significativamente, confrontare a baqsh,[102], quête (da cfr.
con l’accezione cavalleresca: la quête du Graal) bahth è chercher. Però,
secondo i Buriati,[103]nell’estasi,
gli spiriti degli antenati rapiscono in Cielo l’anima del candidato per
portarla dinanzi ad un consesso docente che è l’Assemblea dei Saaitan, cui
corrisponde nientemeno che un più che trasparente satan.
Le sopra accennate,
sopravvenute, difficoltà ad accedere ai particolari stati liminari, necessari
per trasferire, in stato di veglia, la coscienza nel mondo sottile,
determinarono il ricorso a tecniche e sostanze di supporto ed è così molto
interessante constatare come, nell’era post-diluviana, Noè s’identifichi con lo
“scopritore” del vino e dei suoi poteri. Più sopra,[104]ho scritto, a
proposito della Ö
‘rb e della sua connessione ad un significato ampio di sera e d’occidente (das
Abendland), per ricollegarmi ai riferimenti atlantidei sottesi al suo
significato. Ebbene, per evidenti ragioni di colleganza genealogica, presso i
popoli semitici, da tale radice è scaturito anche il concetto di relationship
between persons of the same status,[105]infatti: hâbêr,
camarade; acc. ibru, colleague, comrade ma gli esempi potrebbero continuare
investendo una serie davvero importante di derivati. Nelle lingue di questi
popoli il pref. la- ha valore negativo per questo l’accadico laibru (la-ibru),
designa qualcuno privo di vincoli. Se a questo si raffronta la mancanza di
soddisfacenti etimi i.e. per il lat. liber, che ha lo stesso significato, c’è
di che rimanere incuriositi ed ancor più se ricordiamo che Liber è pure nomen e
lo è di una <<divinité italique….assimilée a Bacchus… [et]…des rapprochements
pertinents… [ont montré]…que le culte était identique à celui de Dionysos.[106]
Il motivo è evidente: <<Liber repertor
vini ideo sic appellatur quod vino nimio usi omnia libere loquantur>>.[107] Davvero intrigante è allora leggere, sempre a proposito di Noè, che
<<l’Arca andò vagando e si fermò sulla cima di Lubar, uno dei monti di
Ararat.>>[108]
Per tutta una serie di
paradossi, che caratterizzano questa parte terminale del ciclo, tra i popoli
semitici, quelli di fede mussulmana hanno la proibizione degli alcolici;[109]gli
Ebrei trovano nella Torah, accanto alla lode della vite e dei suoi frutti ed al
loro positivo simbolismo, la condanna, innumerevoli volte ripetuta
dell’ubriachezza,[110]mentre
tra i popoli i.e., originariamente lontani da questi abbandoni, è avvenuto che,
per quelli in seguito cristianizzati,[111]l’abuso
dell’alcool sia – da tempo immemorabile - una piaga sociale sicché soltanto
nell’Induismo è sopravvissuto il divieto di consumare bevande fermentate.
Da un esame linguistico,
risulta poi che i popoli i.e. dell’Europa acquisirono sì la conoscenza del vino
allorché giunsero nel bacino del Mediterraneo ma che già conoscevano i prodotti
e gli effetti della fermentazione quale evidente risultato di quel primo
incontro-scontro con i tardi epigoni della civiltà atlantidea, cui ho fatto più
volte menzione.
Provo ora a esaminare da
vicino quest’aspetto: il nome della vite ha in gr. una chiara origine semitica
che ne determina nettamente l’esotismo rispetto all’originario habitat boreale:
oinoV, digamma initial assuré,[112]quindi, posso
supporre una forma *voinos, confrontabile con l’ar. wayn, black grapes; acc.
inu, vino; sémitique commun Ö
wainu ma anche georg. g’wino. Analoghi processi stanno a monte di vinum poiché
e in gr. ed in lat. non c’è una soddisfacente etim. i. e.
Nel Nord del continente eurasiatico
le bevande fermentate s’ottenevano, infatti, diversamente; in questo caso, sono
partito dalla conseguenza del bere: l’ubriachezza. In gr. c’è un verbo
normalmente usato, in tutte le accezioni, per indicare l’ubriacarsi ed è
methyskomai mentre, per precisare l’ubriacarsi di vino, esiste il più raro ed
ovviamente più tardo oinyn (®
ezoineō), d’evidente origine non i.e. in quanto formato su oinos. Il KK
afferma che i termini originari erano methyein, methyskein, comunque in tutti
l’elemento base è methy(®
meli), miele e da questo proviene la “bevanda degli Dei”[113]per eccellenza
l'idromele..Ilvocabolo è antichissimo perché risuona in tutte le lingue i.e.
(ingl. mead, ted. der Met, skr. madhu, per tutti: birra di miele e poi skr.
mâda, ubriacatura da cfr. con l’ingl. mad, pazzo) ed anche nelle lingue
ugro-finniche (fin. mesi, metinen, ung. méz). In it. c’è mézzo (dal lat. mitis,
dolce) nelle espressioni mézzo di vino, ubriaco mézzo che, nelle forme popolari
toscane può limitarsi all’icastico <<è mézzo !>> per definire la
precaria condizione di qualcuno.
Alla luce di tutto questo, è
dunque mera falsità dire con Plutarco che il Dio degli Ebrei fosse Dioniso?
Indubbiamente sì, se l’affermazione fosse presa alla lettera ma, con evidenza,
ove la prospettiva cambi ed i riferimenti siano intesi in senso trasposto come
avviene, per esemplificare, nei vari aspetti che hanno avuto sviluppo nel
successivo Cristianesimo: <<Io sono la vera vite…>>[114]oppure
<<Prese il calice e rese grazie … ne bevvero tutti>>[115]….l’affermazione
assume ben altra pregnanza.
Intendo dire che l’elemento
di base, i mitologhemi di partenza sono comuni, essendo radicati nelle
strutture di una forma tradizionale lontana, in larga parte profondamente
modificatasi all’inizio dell’ultimo Grande Anno e, per troppi aspetti,
totalmente perduta. Quanto alla
raccapricciante morte – per smembramento - e resurrezione iniziatica dello
sciamano ed a quella mitica ed atroce di Dioniso/Osiride,[116]sono del parere
che il più compiuto svolgimento, si è avuto col Cristo nel suo sacrificio e
resurrezione. Direi quindi, valutando anche l’elemento arboreo[117]e
quello tauromorfo[118]che,
la costituente “dionisiaca”, sottesa a -Wa [WH], debba essere considerata una
porzione importante ma silente del retaggio ebraico e che essa”, nel passato,
nella sua versione “letterale”, debba, in linea di massima, aver costituito una
“tentazione” verso l’osservanza di un culto “non hanîf ”e, perciò stesso,
ritenuto eretico dai custodi dell’ortodossia israelita. Pertanto, la sua messa
in evidenza, durante il periodo egizio[119]è stata più un
effetto di coalescenza, al contatto del locale culto di Osiride, con un
qualcosa già presente piuttosto di una reale acquisizione ex novo.
Resta, infine, l’elemento
sessuale che, nei riti dionisiaco/shivaiti[120]è così rilevante
ma è, di fatto, presente solo in negativo nell'Ebraismo. Attitudine che questo
ha trasmesso al Cristianesimo, il quale, in qualche misura, la ha ulteriormente
potenziata. C’è questo passo di Abacuc[121]che,
significativamente, accomuna due condanne: <<Guai a chi fa bere i suoi
vicini versando veleno per ubriacarli e scoprire le loro nudità. Ti sei saziato
di vergogna, non di gloria. Bevi e ti colga il capogiro. Si riverserà su di te
il calice della destra del Signore e la vergogna sopra il tuo onore>>.
Mentre Paolo:[122]<<…Qualsiasi
peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo ma chi si dà alla fornicazione,
pecca contro il proprio corpo.>>
Sempre a proposito della
componente -Wa [WH], esiste un episodio significativo, accaduto in Egitto in
epoca però assai più tarda della remota schiavitù, dalla quale gli Ebrei
sfuggirono sotto la guida di Mosé. [123] Sembra, infatti,
che, dopo la presa di Gerusalemme, da parte di Nabuccodonosor (-587), alcuni
nuclei della tribù di Giuda, intorno al –580 (la lingua corrente era già
l’aramaico), si fossero rifugiati nella valle del Nilo, per evitare la
deportazione in Mesopotamia. In genere, si trattava di coloni, raggruppati in
clan familiari, insediati in villaggi, sul tipo degli stanitsy cosacchi, dove
la terra era concessa alla coltivazione in cambio di una costante milizia. Sembra, infatti, che i Persiani, signori in
quel tempo dell’Egitto, molto apprezzassero lo spirito castrense del popolo
ebraico. A Yeb, nell’isola nilotica di
Elefantina, nell’Alto Egitto, ad oltre ottocento chilometri dal Mediterraneo,
fu, da questi profughi, innalzato un tempio, la cui costruzione era, in qualche
modo, sentita lecita (faccio presente che si stava, in tal guisa,
contravvenendo al concetto principalmente giudaico dell’unicità del luogo di
culto) essendo stato distrutto il santuario gerosolimetano. Un'altra
informazione lo fa invece risalire ad epoca anteriore e pertanto già in uso ad
una comunità preesistente in zona, la quale si sarebbe quindi limitata ad
accogliere i profughi. Quel tempio, dal nome dato a Dio, c’è noto sotto il
titolo di Yaho. Adesso bisogna dire che, sebbene tutto questo avvenisse in
epoca pre-tolemaica, le notizie ci sono pervenute prevalentemente da fonte
greca, egizia o veicolate dall’aramaico, che era, allora, la lingua veicolare
di tutta l’area mediorientale.
È per questa ragione, che
non può esserci sicurezza su quale fosse l’effettiva grafia ebraica di Yaho ma,
di norma, per la corrispondenza di O e di W a W,[124]si dice fosse un
nome trilittero della forma yhw, invece del consueto tetragramma yhwh; a mio
parere, la trascrizione fonetica pervenutaci, invece corrisponde e pertanto
conferma la testimonianza massonica della costituzione tripartita del
tetragramma, con tutte le implicazioni oggetto di questo lavoro.
Doveva, quindi, trattarsi di
un nome dalla pronuncia Jèho e dalla scrittura bilittera YH, al quale mancava,
appunto, la componente -Wa [WH]. Perché, proprio in Egitto, fu tolta dal Nome
la costituente che poteva essere ricondotta ad Osiride? La risposta può essere
soltanto ipotetica ma se consideriamo che, nei pressi di quel luogo di culto,
si trovava un tempio egizio dedicato a Khnum, il dio dalla testa d’ariete, i
sacerdoti del quale mal sopportavano che, l’oggetto del sacrificio ebraico
fosse, spesso, proprio tale animale[125]e se, a ciò,
s’aggiunge il consueto esclusivismo ebraico, il quale, parimenti, mal
sopportava apparentamenti con quei gentili, potremmo forse individuare una
spiegazione. Altra ipotesi è che, non volendo semplicemente contraddire appieno
la prescritta unicità templare,[126]il
clero, preposto al santuario, abbia attuato quella modifica a mero scopo
giustificativo. Terza ed ultima ipotesi: il Nome si presentava bisillabo perché
la comunità originaria del luogo era, come il Tempio stesso, estremamente
antica, risalendo ad un’epoca precedente l’Esodo; quindi, essendo essa rimasta
isolata e poco toccata, sia dagli sviluppi sopravvenuti nell’Ebraismo, sia
dalle influenze locali, era a conoscenza soltanto della dizione praticata prima
dell’arrivo del popolo nella terra dei Faraoni. Se ciò fosse, avrebbe un senso
la supposizione, tratta dalla documentazione papirologica ritrovata, che quel
nucleo remoto non avesse cognizione della Thorah, almeno nella veste sua
storica di Pentateuco. In ogni caso, dalle forme assunte nonché dalla generale
accettazione di questa partitio, appare evidente - anche a livello popolare -
la coscienza, all’epoca, della composita costituzione del Nome.
L’ostilità sacerdotale
egizia fu, comunque, così irriducibile da ottenere infine che, dalla riva
destra del Nilo, dalla guarnigione persiana della vicina città di Syene, si
muovesse verso Yeb una spedizione, che, nel –411, distrusse l’inviso tempio
giudaico.
Conclusioni
Nell’affrontare il tema
delle razze ho voluto attenermi ad un punto di vista strettamente tradizionale,
sia perché, a mio parere, corrisponde, molto semplicemente, a verità, sia
perché permette di fare chiarezza su un tema riguardo al quale i pregiudizi
sono oggi presenti come non mai. In effetti, lo spettro delle opinioni, in
questa fine di millennio, si estende dalla, di fatto, negazione della
fondatezza di quel criterio tassonomico, alle posizioni avverse più
oltranziste: quelle che non vogliono vedere, quanto, la composizione attuale
dell'umanità resti lontana dagli originari tipi di riferimento.
La prima è esplicita
opinione di molti genetisti, i quali sembrano ignorare come, nelle antiche
classificazioni, si volesse, così catalogando, mettere prioritariamente in
risalto l’aspetto qualitativo ovvero formale e temperamentale inerente le
differenze esistenti. Aspetto, che è poi quello di maggior rilevanza sul piano
sociale e culturale. Oggi, la negazione o estrema svalutazione di tali
differenze, scaturisce invece da una sottolineatura del riscontro, meramente
quantitativo, della prevalente uniformità genetica e fisiologica, la quale,
spogliata dalla sua dominante veste ideologica, non è, a sua volta, meno vera,
essendo, di fatto, unica l’appartenenza specifica alla comune umanità.
Quest’ovvia presa d’atto sarebbe però meglio e più scientificamente proposta
ove non si volesse, assurdamente, dimenticare che non è con lo spostamento
dell’angolo visuale che, sull’altro piano, quello qualitativo e formale, cambi
alcunché.
La seconda posizione tende a
confondere razze e popoli mentre quelle sono presenti in questi con una
rilevanza soltanto percentuale e mai esclusiva. Considerando, per il tema qui
affrontato, la razza rossa, vediamo come essa sia rilevabile, nel popolo
ebraico - di quella remota civiltà il diretto successore - maggiormente tra gli
Askenaziti (pare anche tra i Samaritani) piuttosto che tra i Sefarditi ma è
incomparabilmente più importante tra i cattolicissimi e linguisticamente
indoeuropei d’Irlanda (Hibernia, appunto!). Vediamo poi che, ad essa, vadano
ascritte alcune caratteristiche – le attitudini marinara e commerciale - fatte
proprie, sin da epoche remote, da popoli, sempre indoeuropei, quali i Greci e
gli Scandinavi quando, a Roma, fu invece necessaria la mortale minaccia
cartaginese per adottare, obtorto collo, l’arte navale ed assimilarne così le
relative influenze.
Il popolo, il quale,
nonostante le più diverse contaminazioni, meglio si mantiene, nello spirito e
nell’effettiva eredità culturale, vicino all’ancestrale tradizione iperborea
della razza; il popolo Indù, ne è forse il più lontano sul piano fisico. Al
contrario, le nazioni d’Europa,[127]che,
forzando in molti casi il concetto, sono definite di razza bianca, hanno tutte
adottato una religione semitica, in tal modo esaltando, come, dopo la Riforma,
è avvenuto per gli Anglosassoni ma non solo per loro,[128]la già rilevante
componente “punica”.
Poiché, in questo campo, le
cose non sono mai semplici; per mia parte, riguardo al Cristianesimo, condivido
la documentata posizione del Cardini, il quale afferma come, ai nostri giorni,
se proprio si volesse trovare qualche vivente traccia della tradizione
classica, l’erede - di quel lascito il maggior beneficiario - sia stato proprio
il Cattolicesimo romano.[129]
Io aggiungo che lo stesso possa dirsi di ciò che resta del mondo celtico.[130]
Sempre per mostrare la
complessità di tutti questi temi, che possono diventare esplosivi se non
affrontati con le dovute precauzioni, basti pensare all’immensa portata della
discesa indoeuropea nel bacino del Mediterraneo; tema, che è stato indagato da
un’importante opera di Giovanni Garbini,[131]nella quale, si
dimostra come quelli che sono conosciuti sotto la generica denominazione di
“popoli del mare” ovvero Achei, Danai, Micenei, Sardi, Siculi, Teucri e
Filistei, abbiano fortemente determinato, assimilandosi, la composizione dei
popoli semitici delle sponde orientali di quel mare, sì da essere all’origine
di alcune delle stesse componenti d’Israele; quali Dan (Danai), Aser (Teucri) e
Zabulon (Sardi, che sono poi gli stessi che hanno anche – popolandola - dato
nome all’isola) nonché degli stessi Fenici.[132] La meno toccata
sarebbe stata la tribù di Giuda ed allora anche la storia dello scisma di
Geroboamo[133]e
quella delle dieci tribù perdute verrebbero illuminate da nuova luce, risultando
tali eventi in qualche modo connessi a questo “vizio” d’origine: parimenti, la
chiusura fortemente etnocentrica, che dal ritorno da Babilonia ha determinato,
per volontà di Esdra, l’Ebraismo sino ai nostri giorni, sarebbe da rivedere e
reinterpretare. Eppure, nonostante l’esclusivismo giudaico post-esilico, il
primo Ebraismo su suolo tedesco, costretto, secoli dopo, a migrare ad oriente,
nella slavia, portandovi, nel XIV sec., la lingua jiddish e la cultura dello
schtetl, sembra che, in larga misura, debba il suo sorgere al ritorno in patria
di legionari germanici, i quali, provenienti dal medio-oriente con mogli ebree[134]ed
essi stessi proseliti, abbiano in tal modo, dato origine in Renania alle prime
comunità.
Resta, ora, da chiarire un
punto che, soprattutto con la connotazione negativa dell’avverso pregiudizio,
avendo sempre associato Massoneria ed Ebraismo, può trovare in questo studio
conferma per il continuo, anche se non esclusivo, rimando alla lingua ed alla
cultura ebraiche che il rituale massonico, con frequenza, richiede. L’intera
questione ha la sua non facile spiegazione, nelle origini stesse del
Cristianesimo; pertanto, volendo fare solo un breve cenno agli estremi del
tema, è necessario renderne evidenti i punti essenziali. Il Cristianesimo nasce
come una struttura esoterica, interna alla religione ebraica ed essa
corrisponde a quella fase che, oggi, si suole definire Giudeo-cristianesimo
(vd. supra p. 11). A conferma, l’Islam, il quale, in modo un po’ riduttivo, può
dirsi sorto da quella corrente, afferma che, alle sue origini, il Cristianesimo
altro non fosse che una tarîqah ovvero si trattasse, secondo quella
terminologia, di una specifica via iniziatica. Tale stato di cose implica
alcune importantissime conseguenze:
La maggiore discende dal fatto
che, Gesù non corrispondeva pienamente a ciò che le Scritture prevedevano per
il Messia, il cui compito fondamentale, essendo l’effettiva restaurazione dello
stato primordiale, risultava invece modificato dal prospettarsi, nel suo
annunzio, detta apokatastasis, in forma del tutto virtuale; cioè, quale
semplice possibilità di salvezza offerta ai credenti mentre si sarebbe
attualizzata erga omnes e come oggettivo evento cosmico, soltanto alla fine dei
tempi, con il Secondo Avvento. Da
quest’unico, specifico messianismo sono scaturite due, molto diverse,
cristologie.
* La prima, intende la
predicazione di Gesù in senso restrittivo; propedeutica alla Restaurazione
finale e quale manifestazione da porre nella sequenza del Verus Propheta
<<se hâtant, de prophète en prophète, jusqu’au lieu de son repos.>>[135]
Essa è la visione giudeo-cristiana ed islamica; quest’ultima chiuderà la
sequenza con l’avvento di Mohammad, “Sigillo dei profeti” (khâtim
al-nobowwat).
* La seconda cristologia è quella costruita da Paolo con
un’operazione teurgica di carattere gnostico;[136]essa, pur
collocando nel futuro l’evento d’impatto cosmico, sì da farlo coincidere colla
Seconda Venuta, estende subito, erga omnes, la portata del Vangelo, in
un’operazione universalistica imperniata sulla deificazione della figura di
Gesù, pel quale, l’attributo di Cristo, si carica d’implicazioni straordinarie
ma necessarie e provvidenziali onde permettere il passaggio dall’originario
status di gruppo elitario a quello di religo delle genti. In questa
prospettiva, il Primo Avvento, dà luogo ad un momento intermedio del processo
e, in tale spazio, trova un suo ruolo anche l’Ebraismo.[137] Sant’Agostino
afferma anzi che gli ebrei <<necessari sunt credentibus gentibus>>[138]perché
le disgrazie che li colpiranno, per non aver saputo comprendere la nuova era,
annunziata nelle rivelazioni contenute nelle Scritture che rivendicano, saranno
tutt’uno con la missione rimasta loro da compiere ovvero <<ut sibi sumant
judicium, nobis praebeant testimonium>>:[139]<<ainsi, non
seulement l’apologétique chrétienne s’accommode de leur persistance, mais elle
l’exige.>>[140]
Le basi teologiche di questa posizione durissima m’anche singolare nel suo
ostile permissivismo sorgono nel momento cruciale in cui andava consolidandosi
la definizione della Grande Chiesa quale Verus Israel e si rendeva pertanto
concettualmente indispensabile la precisa collocazione subordinata del Vetus. È
così che, nella mora dell’iter formativo di quella grandiosa operazione
teurgica, si può intravedere il sorgere dell’intrinseca esigenza di negarla,
occultandola e chiudendo la via ad ogni possibile comprensione dei fatti con
una condanna inflessibile, e mai abbandonata dalla Chiesa, d’ogni dottrina
gnostica mentre, nel contempo, s’imponeva analoga rottura e nascondimento delle
origini giudaiche, verso le quali si doveva impedire qualsivoglia possibilità
di un ritorno, il quale, a livello delle masse, avrebbe vanificato tutta la
complessa costruzione universalistica tanto sapientemente e – ripeto –
provvidenzialmente elaborata.
La conseguenza, che più
direttamente ci porta al centro del problema, è come l’esoterismo cristiano,
diretto epigono dell’elitaria formula originaria e quindi troppo alternativo,
nell’esegesi, rispetto agli enunciati teologici dell’exoterismo dominante,
nemmeno in pieno Medio Evo, godesse nella Cristianità – né potesse permettersi
- di quella diffusa, ampia anche se superficiale notorietà, riscontrabili, per
analoghe forme, in altre tradizioni; sia abraminiche, quali la Cabala
nell’Ebraismo o il Tasawwuf nell’Islam, sia di differenti origini, quali le
corrispondenti articolazioni dell’Induismo o del Buddismo. Si è pertanto
sviluppata, ai margini della Chiesa ufficiale e sotto la “copertura” di ordini
religiosi, terzi ordini, ordini cavallereschi, confraternite artigiane e
caritatevoli, quella che è stata anche denominata la <<Chiesa
interiore>>. I Padri, Ireneo, Tertulliano, Origene e Clemente
d’Alessandria[141](il
più esplicito), parlano dell’esoterismo cristiano come di un insegnamento - la
trasmissione avveniva da maestro a discepolo e comportava una gerarchia diversa
da quella espressa nella successione dei vescovi - avente per obiettivo la
conoscenza integrale del reale; non un contrasto con la fede dunque ma
l’approccio alla sua più intima natura. Sono queste le dottrine, che a volte,
anche se il loro approfondimento e sviluppo variava molto da un tipo
d’organizzazione all’altra, indebitamente diffuse e mal comprese, hanno potuto
apparire, nel corso della storia, eretiche e con ben noti, disastrosi
contraccolpi.
Per questa via, si giunge,
infine, alla questione della lingua: Gesù parlava aramaico quando si rivolgeva
alle folle, ebraico con i dottori e, soprattutto, quando pregava (Shemà
Israel…)[142]ed
allorché leggeva le Scritture.[143]
Pertanto questa è la lingua sacra del Cristianesimo ma, ad essa, devesi
aggiungere l’aramaico[144]mentre
in 1Cor. 16.22 (Maran atha, il Signore è venuto) nella forma Marana tha (Vieni,
Signore!) faceva parte, alla Consacrazione, della liturgia della Chiesa
primitiva come testimonia la Didaché.[145] Inoltre,
l’aramaico è considerato lingua sacra anche dall’Ebraismo essendo così scritti
alcuni brani del canone: Esd. 4.8 a 6.18, Dn. 2.4 a 7.28, Ger. 10.11. Invece,
solo per un libro come l’Apocalisse, che appare, direttamente, redatto in
greco, una specifica funzione sacrale può essere data anche a quella lingua.
È evidente quindi perché,
investigando nei rituali massonici, i riferimenti all’ebraico ricorrano con
tanta frequenza e pregnanza.
Facendo chiarezza sulle
origini, si riescono, soprattutto, a collocare e comprendere due delle
peculiarità cristiane particolarmente salienti:
L’ossessivo antigiudaismo,
matrice del futuro antisemitismo, che pertanto ci appare quale necessità
intrinseca alla sua stessa struttura teologica ovvero alla veste exoterica con
la quale, per i più, la Chiesa s’identifica.
L’altrettanto ossessiva
fobia per la gnosi, scaturita dalla volontà di calare un velo impenetrabile
sulla ben gnostica operazione di teurgia, che permise la sintesi paolina tra
l’originario Giudeo-cristianesimo con le tradizioni delle nazioni (i goim) e
consentì di salvare il mondo antico da una deriva antitradizionale, nella quale
già c’erano le premesse di un prematuro sviluppo di ciò che, i tempi successivi
hanno reso possibile con l’avvento del mondo moderno.
Nonostante, un artifi