|
PARTE PRIMA – LA
LOGGIA
INTRODUZIONE
Negli
ultimi settanta anni la Loggia inglese di Firenze ha dato adito a molte
discussioni, la prova principale ma non conclusiva della propria esistenza
essendo una magnifica e rara medaglia, non necessariamente massonica nel suo
simbolismo, che riporta il nome del Conte di Middlesex come fondatore.
Non
è mai esistito, tuttavia, alcun atto scritto attestante l’esistenza di quella
Loggia come corpo massonico in qualsivoglia documento inglese fino alla
pubblicazione dello Storia Bicentenaria
della Gran Loggia d’Irlanda del 1925.[i]
Passerò quindi a riassumere le informazioni colà contenute.
Nell’anno
1911 il Dottor Wilhelm Begemann pubblicò in Germania il suo Storia
della Frammassoneria Irlandese, mai tradotto in inglese, dove, alla pagina
121 e seg. Egli si assunse l’onere di dimostrare di come il Conte di Middlesex
fosse un massone irlandese.
Egli
basò tali conclusioni sulla prova fornita da una pubblicazione apparsa a
Norimberga nel 1736 la quale faceva riferimento ad una lettera di un
corrispondente da Firenze datata 9 giugno di quell’anno dove si scriveva: -
“Milord
il Conte di Middlesex, uno tra i più dotti nobili inglesi, passò da Firenze e
vi fondò una Loggia di frammassoni, ove io fui accettato, con l’usuale
cerimonia, quale membro di quella rispettabile società, la quale
successivamente fece coniare a proprie spese la medaglia commemorativa di
Milord; egli non volle che alcun altro titolo vi apparisse se non la dicitura Carolus
Sackville Magister (i.e. della Loggia dei frammassoni) Florentinus. Sul retro della medaglia … etc, etc.
Herr
Professor Koehler senza dubbio sa che l’attuale Duca di Lorena fu accettato
quale valente membro della Società dei frammassoni al tempo del suo soggiorno a
Londra, etc.”[ii]
Non
sarà qui necessario riportare le illazioni del Dr. Begemann o le reazioni degli
editori irlandesi a tali conclusioni e sebbene sembra sia provato di come
realmente vi sia stata una Loggia inglese a Firenze, ben poco si sapeva della
sua fondazione, ancor meno della sua scomparsa, e in sostanza nulla sui suoi
membri.
Oggi
però nuova luce è stata fatta sulla vicenda, poiché accadde che uno dei
membri fiorentini della Loggia fosse poeta oltre che massone, e d’importanza
sufficiente da garantirgli la stesura di una biografia da parte di uno dei suoi
compatrioti. Il titolo di questo libro è Tommaso
Crudeli e i primi massoni a Firenze[iii] di Ferdinando Sbigoli,
pubblicato nel lontano 1884.
Sbigoli
era un frammassone militante e, grazie alla provvidenza, anche un ottimo
studioso e ricercatore. Ebbe accesso ai documenti di stato conservati sia a
Firenze sia in altre città italiane alla ricerca di dettagli sulla vita
dell’eroe suo, riportandone molti, in modo esaustivo, nel suo libro, il quale
stranamente sembra esser passato inosservato dagli storici massonici d’altri
paesi.
Questo
libro colse il mio sguardo non appena fui istallato quale Bibliotecario della
Gran Loggia Unita d’Inghilterra quando, sentendomi ancora come adolescente al
primo giorno di scuola, malinconicamente esaminavo il contenuto degli scaffali.
Così lo esaminai, trovandone le pagine ancora da tagliare, e procedetti ad
investigarne il contenuto. Sono i risultati di tali ricerche che io ora vi
propongo.
GLI INGLESI IN
ITALIA
Negli
anni ’30 del 1700 l’Italia era piena di viaggiatori e residenti inglesi che
si trovavano colà per varie ragioni.
I
motivi principali erano ricondotti nella volontà di fare nuove esperienze, di
svagarsi, o per ragioni di salute; vi era però, per alcuni di loro, anche un
motivo più nascosto, vale a dire le preoccupazioni che a quel tempo aveva, a
Londra, il governo di Walpole a cagione della presenza a Roma, in esilio, della
famiglia reale degli Stuarts.
Molti
tra i viaggiatori inglesi mantenevano il piede su due staffe: poteva essere
interessante il tenerli sotto controllo, e questo è esattamente quanto
avveniva.
I
coraggiosi quanto sfortunati tentativi del vecchio Pretendente di recuperare il
trono, così come le speranze che i Tories riponevano nel battagliero Principe
Carlo Edoardo erano motivi di continua preoccupazione per il governo di Giorgio
II che si serviva di diplomatici e spie in ogni luogo, ma particolarmente a
Firenze e a Roma, dove gli Stuarts e i loro partigiani trovarono o sperarono di
trovare orecchie favorevoli alla loro causa.
L’Italia
quindi non era solamente meta d’inglesi itineranti, uccelli migratori, ma
ospitava colonie permanenti d’inglesi dediti al commercio, alla diplomazia o a
delicati servizi segreti, o più semplicemente residenti in Italia quali
rifugiati.[iv]
Coloro
i quali vivevano a Firenze avevano colà mantenuto, nel modo peculiare della
nostra nazione, i propri usi e costumi; ed avendo sviluppato dai tempi della
Riforma, ed in particolar modo dalla Rivoluzione del 1688 in poi, la libertà di
esprimere liberamente i propri pensieri sui temi di filosofia e religione, molti
di loro apertamente professavano, anche in Italia, opinioni che indubbiamente
sarebbero potuto sembrare nuove e pericolose pei nativi di quel luogo.
Le
combriccole ed i partiti nei quali essi si dividevano nella natia Inghilterra
furono così conservati anche all’estero e, incoraggiati dalla tolleranza
mostrata dal governo del Duca Giovanni Gastone, essi non esitarono ad introdurre
per la prima volta a Firenze quell’istituzione profondamente inglese che è la
Frammassoneria.[v]
LA PRIMA LOGGIA
MASSONICA A FIRENZE
Passerò
ora a narrare del racconto dello Sbigoli sul come avvenne l’istituzione del
nostro Ordine in Toscana, accadimento evidentemente basato su documentazione
dell’epoca.
“La
prima Loggia massonica a Firenze fu istituita dal Conte di Middlesex nel 1733,
sebbene massoni inglesi colà residenti avessero potuto tenere assemblee
occasionali in precedenza per diversi anni.”
Ciò,
presumo, ogniqualvolta essi si fossero potuti riunire assieme così come
stabilivano le nostre consuetudini conosciute come
“da tempo immemorabile” (Time Immemorial Custom).
“La
Loggia di Middlesex s’incontrava, all’inizio, in Via Maggio, presso
l’albergo di un certo Pasciò, meglio noto ai fiorentini come Pascione; in
quei tempi il Venerabile e primo Maestro essendo Monsieur Fox, gran dotto e
matematico del quale, in ogni modo, non si possiedono altri dettagli.[vi]
“Terminando
tutte le riunioni della Società con un sontuoso banchetto, ed avendo i membri
deciso che il loro ospite di Via Maggio non sempre era all’altezza di farvi
degnamente fronte, si preferì per spostarsi presso l’albergo di un certo John
Collins, tenutario di buona fama nonché membro dell’Ordine massonico.
“Colà
la Loggia ebbe come suo secondo Maestro, Lord Middlesex suo fondatore e, più
tardi, un certo Lord Raymond, che aveva la nomea d’essere deista e non
credente.”
“Molti
altri stranieri importanti appartenevano a quella Società,” tra i quali il
nostro autore cita i nomi di Archer, Harris e Shirley, “che spesso fungeva da
Ufficiale Presidente”, due gentiluomini di nome Clarkes, Frolik,[vii]
due Capitani di nome Spencer, un certo David Martin, descritto come scozzese,
cattolico, e pittore di un certo talento, ed infine Robert Montague, forse
rampollo di quella famiglia nella quale ebbe a maritarsi la famosa Lady Mary
Wortley Montague.”
Dove
lo Sbigoli ottenesse questa lista di membri inglesi delle Loggia egli non
rivela, sebbene si trattasse probabilmente dei documenti di stato che egli così
appieno utilizzava, quantunque egli non riportasse proprio tutto ciò di cui era
entrato in possesso.
Le
circostanze poi, proprie del particolare periodo nel quale questo scritto fu
vergato, preclusero ogni altra ricerca tesa a individuare quei Fratelli. Me ne
dispiace, particolarmente nel caso di “Mr. Shirley” poiché avrebbe potuto
darsi si trattasse di un’appartenente a quella nobile famiglia del
Leicestershire, robusto pilastro dell’Arte inglese per oltre due secoli.
OGGETTO DI
SPECULAZIONE
Per
ciò che è dato sapere dalle prove esistenti, la Loggia di Firenze si era
autocostituita. In ogni caso non esiste traccia scritta nei Registri della
nostra Gran Loggia di alcuna bolla ottenuta dall’Inghilterra, mentre Anderson
nel 1738 notava, non senza stizza, di come le Logge italiane mostrassero “una
certa indipendenza”, passaggio il qual è per me prova conclusiva a
dimostrazione della mancanza di ogni connessione ufficiale tra Londra e Firenze.
Esiste
però un’altra possibilità della regolarità di quella Loggia o, per metterla
diversamente, di come non si possa licenziare il caso senza altro esame, sebbene
io tema, a questo punto, che la questione possa rimanere insoluta. Vorrei
infatti attrarre l’attenzione sul fatto di come, notoriamente, il Conte di
Middlesex, nel 1733 frequentasse compagnia massonica in quel di Dublino, ove suo
padre rivestiva l’ufficio di Lord Luogotenente.
In
quel periodo erano emesse le prime bolle massoniche al mondo dalla Gran Loggia
d’Irlanda, perciò potrebbe darsi che Lord Middlesex possa averne portate a
Firenze nella propria valigia diplomatica quale garanzia delle proprie referenze
massoniche e come autorizzazione a
convenire una Loggia massonica ovunque si trovasse.[viii]
Un
simile documento, sigillato e firmato dagli Ufficiali di una Gran Loggia
regolare, avrebbe gettato una luce di rispettabilità su ogni corpo massonico
non regolare che avesse scelto di ammettere Middlesex e la sua documentazione
quali rispettivamente proprio Maestro e propria patente.
Nel
caso dovessimo adottare una simile teoria, allora ciò risolverebbe molte delle
difficoltà da noi incontrate nella storia della Loggia in questione, poiché ci
è narrato di come una Loggia si riunisse a Firenze ancor prima dell’arrivo di
Middlesex e di come, successivamente, egli vi ebbe a fondare la Loggia stessa,
poiché queste due affermazioni non potrebbero altrimenti esser coniugate tanto
facilmente.
Che
non si assuma, in ogni modo, ch’io argomenti in favore della tesi
dell’esistenza di una Bolla irlandese regolarizzante la posizione della Loggia
di Firenze, poiché mio solo motivo nel proporre ciò come materia di
speculazione essendo quello di indicare un possibile sentiero che potrebbe esser
utile il seguire, se il trascorrere degli anni non avesse distrutto ogni traccia
di dove questo stesso sentiero avrebbe potuto menare.
CARLO SACKVILLE,
CONTE DI MIDDLESEX
Il
modo migliore di fornire una panoramica sulla compagnia di frammassoni che si
riunivano a Firenze è quella di dare uno sguardo ad ognuno di coloro
per i quali sia nota l’appartenenza al gruppo, dimodoché inizierò dal
più noto, il Conte di Middlesex.
Carlo
Sackville, figlio maggiore di Leonello, VII° Conte e 1° Duca di Dorset, nacque
il 6 febbraio 1710-11. Egli fu educato alla scuola di Westminster, divenne amico
del poeta Priore e fu accompagnato, nel suo Gran Viaggio all’estero da Spence,
che naturalmente ne riferisce in diverse occasioni nel suo Aneddoti.
Gran
viaggiatore in gioventù, egli era uomo di gusti artistici e libere abitudini,
con un tocco di quel genio che appare essere dono ereditario nella sua famiglia.
L’Italia
lo attraeva in modo particolare a causa del suo amore profondo per la musica e
per le cantatrici che
l’interpretavano al teatro dell’opera, cosicché per tutta la vita egli ebbe
a spendere vaste somme di denaro per gratificare ambedue queste inclinazioni.
Dopo
esser stato impresario del Teatro
della Pergola di Firenze nel 1737 egli divenne amministratore di diverse
compagnie d’opera in Inghilterra.
Sebbene
nessuna di queste avventure non si traducesse mai in un successo finanziario noi
dovremmo essergli grati per il suo aiuto fornito nel tener vivo
l’apprezzamento della buona musica ancora così comune in Inghilterra.
Ad
un tale benefattore pubblico si può ben concedere qualche irregolarità nella
vita privata, ma sfortunatamente la più divertente ed arguta vecchia
“zitella” dell’epoca, Horace Walpole, aveva perso del denaro in una delle
avventure finanziarie teatrali di Middlesex e, non avendogliela mai perdonata,
non perdeva occasione di menzionare il nome di Middlesex senza farne l’oggetto
d’aneddoti maliziosi, dei quali la sua mente fervida non sembrava esser mai a
corto, ed essendo quella del Walpole la nostra sorgente chiave d’informazioni
sulle mode del momento, la reputazione di “bete noire” del Middlesex
n’ebbe come conseguenza molto a soffrire, in modo probabilmente esagerato.
E'
quindi con queste parole d’avvertimento che passerò ora a narrare d’alcuni
aneddoti tratti da Horace Walpole.[ix]
6 novembre 1741
“Non
mi sento molto a mio agio per quanto riguarda l’Opera. Il Sig. Conway[x]
è uno dei direttori, ed io temo che essi possano perdere denaro in modo
considerevole, cosa che egli non può permettersi. Ve ne sono otto di loro: Lord
Middlesex, Lord Holderness, il sig. Frederick, Lord Conway, il sig. Conway, il
sig. Damer, Lord Brook e il sig. Brand.
Gli
ultimi cinque sono diretti dai primi tre; essi sono a loro volta diretti dal
primo, ed egli dall’Abate Vanneschi[xi], il quale vi farà proprio
un bel gruzzolo.
Ve
ne fornirò quindi alcune prove, senza voler per questo menzionare
l’improbabilità che hanno otto giovani scapestrati damerini di capire alcunché
d’economia: E’ normale riconoscere al poeta cinquanta ghinee per comporre le
trame – a Vanneschi e a Rolli ne sono state riconosciute trecento.
Altre
trecento il Vanneschi si ebbe per il proprio viaggio in Italia alla ricerca di
ballerini e attori, somma colà trasferita dai banchieri. Egli ha inoltre
portato un sarto italiano – poiché qui non se ne trova alcuno! – che ha già
incassato quattrocento sterline, oltre ad una provvigione di trenta sterline
l’anno.”
Walpole
continua lamentandosi degli alti salari versati ai cantanti, con particolare
riferimento ad una cantante in particolare della quale Middlesex si era
invaghito:
“Ma
alla moscovita (anche se questa non ha mai guadagnato più di quattrocento) essi
hanno dato seicento, a causa di servizi riservati da lei svolti. Da tutto ciò
potete ben giudicare della loro frugalità! Mi dispiace anche per il povero
Harry, poiché egli finirà per pagare per i piaceri di Lord Middlesex.”
3 marzo 1742
Dopo
aver affermato che egli ed il sig. Conway si suddivideranno una sottoscrizione
di 200 sterline per quest’anno, così il Walpole aggiunge: “Allora terremo
Monticelli e Amorevoli, e per far piacere a Lord Middlesex, anche quell’odiosa
moscovita, mentre congederemo il sig. Vanneschi.”
14 aprile 1743
Sempre
a proposito dell’opera: “Mentre i gentiluomini direttori coi loro Abati
favoriti e le mistresses hanno messo sottosopra l’intero affare in Inghilterra
… vi è ora una nuova sottoscrizione per finanziare un’opera per il prossimo
anno che dovrà essere effettuata dai Dilettanti[xii]
un club per accedere formalmente al quale occorre essere stati in Italia, mentre
la qualifica reale è quella di propendere per l’ubriachezza; ne sono a capo
Lord Middlesex e Sir Francis Dashwood i quali furono raramente visti sobri nel
periodo della loro permanenza in Italia.”
4 maggio 1743
E’
molto probabile che, alla fine, non avremo opera alcuna il prossimo anno: Handel
s’è buscato una paralisi e non può comporre, mentre il Duca di Dorset si è
dato ad opporla strenuamente, poiché essendo Lord Middlesex l’impresario,
rovinerà certamente la Casa dei Sackville a causa di queste follie. Oltre a ciò
che egli perderà quest’anno, ancora non ha fatto fronte alla sua quota delle
perdite dell’anno scorso e purtuttavia allegramente si prepara alla prossima
stagione, con la quasi certezza di perdere tra le quattro e le cinquemila
sterline, che è la perdita accumulata fino a questo momento dall’opera. Il
Duca di Dorset desidera che il Re non partecipi a questa sottoscrizione, ma Lord
Middlesex è così ostinato che ciò lo condurrà probabilmente a perdere altre
mille sterline.”
14 agosto 1743
“Ho
scoperto che affare costoso sia l’opera! Io non curavo l’amministrazione:
Lord Middlesex era a capo di tutto … ci hanno fatto pagare 57 sterline oltre
alla normale sottoscrizione per quest’inverno. In collera, ho riferito al
Segretario che quelli erano gli ultimi denari che i direttori mi avrebbero
spillato per le loro follie.”
Walpole
rincarò in seguito la dose quando Lord Middlesex nel 1744 contrasse matrimonio
con Grace, figlia a sola erede del Visconte Richard Shannon. Alcune descrizioni
dell’epoca la ritraggono quale una nanerottola bianchiccia, fiera però dei
propri risultati nello studio del greco e del latino, ed inoltre abbastanza
dotata nella musica e nella pittura.
Essa
ebbe in ogni modo il merito di non aver mai dato adito a dicerie in un’epoca
alquanto maligna, né di non essersi mai prestata ad intrighi politici,
passatempo preferito dai cortigiani. Così scrive Horace: “La ragazza è bassa
e brutta, sebbene sia una gran studiosa”.
Il
Conte nel frattempo fu nominato Lord del Tesoro nel 1743 e, dopo un anno dalle
nozze, Lady Middlesex divenne Dama del Vestiario della Principessa di Galles;
poi, nel 1747 suo marito divenne Maestro dei Cavalli del Principe. Tutte queste
promozioni furono altrettanti motivi di lavoro per la penna velenosa di Horace,
mentre un’ottima occasione per spandere ulteriori maldicenze a proposito del
circolo di Middlesex si ebbe nel 1747, col nostro pettegolo che non poteva certo
lasciarsela sfuggire:
2 ottobre 1747
“Lady
Middlesex è incinta – l’infante verrà su bene, poiché il sangue dei
Sackville è il peggiore che si potesse trovare per l’allevamento.”[xiii]
10 novembre 1747
“Lady
Middlesex ha scodellato suo figlio prima del tempo: questi è preservato
nell’alcool ed il mio Signore molto devotamente lo piange.”
Quale
commento per il dolore umano mostrato dai genitori per l’unico figlio avuto
dal loro matrimonio!
Il
Conte continuava nel frattempo ad avere altri problemi con le sue compagnie
dell’Opera:
12 agosto 1746
“Lord
Middlesex, in occasione di una rivalità verificatasi tra la sua mistress, il
Nardi e Violetta, la migliore e più ammirata danzatrice del mondo, ne approfittò
per coinvolgere nel litigio l’intero ménage dell’opera senza pagar gabella
ma anzi, siccome un vero Lord del Tesoro, ben serrando i propri forzieri. Sua
Signoria comminò inoltre una multa di trecento sterline al compositore, da
pagarsi immediatamente e senza dilazioni, con la scusa che questi avesse
parteggiato per Violetta”.
2 dicembre 1748
“Lord
Middlesex è stato citato in causa da Monticelli a Westminster Hall per non
avergli corrisposto il salario pattuito; ha perfino permesso che il contratto
scritto di suo pugno fosse utilizzato come prova! Vi potete immaginare di
com’egli fosse tosto condannato.”
Anche
facendo la tara su simili accadimenti a causa della malizia dimostrata dal
Walpole nei suoi confronti, non possiamo far altro che concludere che invero il
Conte di Middlesex fosse talvolta talmente sfortunato da attrarre l’attenzione
pubblica ai suoi riguardi.
Dopo
aver fondato la Loggia di Firenze nel 1733, cosa che condusse alla preparazione
di una bellissima medaglia commemorativa da parte di Johan Lorenz Natter,
scultore tedesco, egli fece ritorno in visita a Londra verso il finire
dell’anno di poi, per subito ritrovarsi in cattive acque.
Accadde
infatti che il giorno 30 gennaio 1734-35 ricorresse la data dei famosi disordini
detti della “Testa del Vitello” avvenuti fuori della taverna dell’Aquila
d’Oro in Suffolk Street.
La
storia vuole che un gruppo di giovani gentiluomini liberali che si trovavano a
cena nella suddetta taverna, alfine di esprimere disprezzo per il Martire Reale
nell’anniversario della sua esecuzione e spregio per tutti i giacobiti in
generale, “mostrassero alla folla assiepata al di fuori una testa di vitello
contenuta in una calza la quale era stata immersa nel vino di Bordeaux a
rappresentare il sangue, mentre essi … inneggiavano e brindavano con motti
anti-Stuart, ed alfine gettavano quella testa in un falò che avevano fatto
accendere all’uopo davanti la taverna. La folla dei giacobitì allora
s’inferocì irrompendo nella taverna, ed avrebbero senz’altro
“martirizzato” gli intenti alla baldoria se non fosse stato per il pronto
arrivo delle guardie.”[xiv]
Coloro
i quali erano presenti alla cena, secondo una fonte giornalistica dell’epoca
includevano: Lord Middlesex, Lord Harcourt, Lord Boyne, Lord Middleton (secondo
lo scrivano tutti irlandesi, sebbene almeno nel caso di Middlesex non potesse
trattarsi solamente di un titolo di “cortesia” concesso al figlio del Lord
Luogotenente), Lord John Murray, Sir James Grey, il sig. Smith, il sig. Stroud
e, alcuni dicono, il sig. Shirley.”
Secondo
la versione di Middlesex a Spence quei gentiluomini si erano ritrovati a cena
senza far caso alla particolare ricorrenza del giorno, ed avendo tutti bevuto più
del dovuto, ecco che si diedero a
brindare al Sovrano dalle finestre della taverna.
Per
una folla giacobita si trattava però di un’intollerabile insulto il “bere
alla salute del Re, della linea di successione protestante e dell’intera
amministrazione”, poiché ciò significava esprimere affetto per tutto ciò
che essi cordialmente odiavano.[xv]
Soppesando
tutta questa testimonianza ho paura si debba concludere che Lord Middlesex fosse
in effetti un diligente seminatore di tempesta prono a ritrovarsi spesso nei
guai.
La
possibile presenza di un certo “sig. Shirley” nel novero dei gaudenti
colpisce l’occhio; si trattava forse della stessa persona la quale “spesso
fungeva da Presidente” della Loggia fiorentina?
L’inciampare
di Middlesex in una certa quantità di pubblicità non voluta non passò
inosservata in “alto loco”. Scrivendo nell’aprile del 1751, un mese dopo
la morte di Federico Principe di Galles, Walpole nota con soddisfazione che la
sua “bete noire” aveva perduto la propria posizione a corte:
“Il
Re domandò alla Principessa se essa avesse in mente qualcuno per la carica di
Maestro del Cavallo; si sarebbe dovuto trattare di un nobile, con la sola
esclusione di uno in particolare, Lord Middlesex.”
Middlesex
morì il 5 gennaio 1769, e sua moglie lo precedette di sei anni. i suoi critici
di sempre gli fornirono il seguente epitaffio[xvi]:
“La
sua bella figura ebbe tutte le riserve della sua famiglia e la dignità dei suoi
antenati. Egli era un poeta, poiché tutti loro furono poeti.[xvii]
Per quanto poco egli potesse avvicinarsi a loro in quel talento, purtuttavia si
trattava dell’aspetto per il quale egli più gli rassomigliava e ne manteneva
l’onore. La sua passione era quella di poter dirigere opere, ove egli non
soltanto perse somme immense, ma fu citato in tribunale per non aver corrisposto
i salari a quei poveri diavoli.
Il
Duca di Dorset spesso pagò i debiti, ma non seppe mai organizzare i propri
affetti; alla fine talmente lontano condusse la propria disobbedienza, per
compiacere al re e a sua imitazione, da opporsi perfino al proprio padre nei
suoi stessi domini.”
In
una lettera a Mann del 15 gennaio 1769 Walpole appare ancora più candido nel
dare notizia della dipartita:
“A propos d’Opera: quella vostra vecchia conoscenza del Duca di
Dorset è morto, dopo aver dilapidato la propria persona oltre che quasi tutti i
propri beni. Non ha lasciato un solo albero ritto nel venerando parco di Knowle.
In ogni modo la famiglia si ritiene fortunata che egli non abbia sposato, come
già prospettava, la ragazza con la quale si accompagnava, stante che il grave
stato della sua mente non poté far in modo che il parentado potesse
prevenirlo”.
Mi
ripugna che sia una tale impietosa vignetta il nostro ultimo sguardo a colui
ch’io preferisco ricordare nella sua gioventù come “Carolus
Sackville Magister” giovane, bello, baldo e attraente, di grandi mezzi che
egli profuse nel portare avanti una tra le più grandi delle arti, la musica, e
nel regalare così facendo piacere a molti senza cercare ricompensa in denaro né
in adulazione; se egli nel fare ciò vi ha perduto una fortuna, mai fortuna fu
utilizzata per causa migliore, come il portare felicità agli altri.
LORD RAYMOND
Lord
Robert 2° Raymond d’Abbot’s Langley, unico figlio del Giudice Capo di quel
nome e titolo nacque nel 1717 e successe al titolo il 18 marzo 1732-3; non aveva
quindi più di 22 anni quando fu eletto Gran Maestro d’Inghilterra nel maggio
del 1739, mentre era appena maggiorenne quando divenne Maestro della Loggia di
Firenze, dove fu probabilmente iniziato. La scoperta del suo nome tra i membri
di quella Loggia deve considerarsi come un fatto importante, poiché le Logge
Madri d’appartenenza della maggioranza dei primi Gran maestri d’Inghilterra
sono sconosciute.
Come
diverrà apparente nel corso di questa storia, Lord Raymond non era molto
popolare in Italia, ed anzi le autorità papali provarono ad espellerlo da
Firenze.
Sebbene
non vi fosse alcun decreto ufficiale a tale fine, l’oggetto di tale odio
evidentemente fece ritorno a casa dopo breve tempo, essendo tale ritirata
strategica nei piani e nell’interesse del sig. Horace Mann, allora facente
funzioni del Residente Inglese a Firenze.
Nessuno
dei riferimenti dell’epoca a Lord Raymond sembra essere di grande spessore.
Lord Orrery, in una lettera alla moglie del 2 febbraio 1743-4, nel descrivere un
dibattito alla camera dei Lords così scrive[xviii]:
“Eri
sempre nei miei pensieri anche in mezzo all’eloquenza di Lord Ches(terfield),
la pazzia di Lord B(ath), o l’ubriachezza di Lord Raymond, del quale mi
dimenticai di scriverti prima, che sempre prima di declamare, si fa un goccetto.”
Walpole,
nel descrivere il dibattito che seguì al discorso del Re, in una lettera a Mann
del 10 dicembre 1741 così si esprime:
“Lord
Halifax si espresse in malo modo, subito ripreso dal piccolo Lord Raymond, che
non perdeva occasione per rispondergli.”
Il
20 maggio 1742 la stessa fonte ricorda Raymond nelle sue vesti di poeta come
segue:
“Debbo
raccontarti dell’ingenuità di Lord Raymond, Un’epitaffio sulla Legge per le
Indennità – prova ad indovinare chi n’è l’autore:
Sotto questo marmo, giace, interrata
La Legge sulle Indennità;
Per mostrare il bene per il quale fu formulata
essa morì per salvar l’umanità.”
Da
tutto ciò dobbiamo concludere che quali che fossero le sue opinioni sulla
religione, quelle che egli deteneva sulla metrica erano ciò non di meno
rivoluzionarie.
Come
Gran Maestro Raymond ricevette più attenzioni di quante in effetti si
meritasse, poiché Preston ebbe ad affermare che nel periodo della sua Gran
Maestranza i cambiamenti subiti dal rituale causarono notevole dissenso tra gli
“Antichi” e i “Moderni”.
Avendo
però il Preston sbagliato tale affermazione, possiamo almeno ripulire da quella
macchia il blasone di Raymond, sebbene non vi sia dubbio sul fatto che in quel
tempo la massoneria in Inghilterra non attraversasse un periodo particolarmente
felice. Egli morì il 19 settembre 1756.
IL BARONE FILIPPO
VON STOSCH
Altro
famoso membro della Loggia fu il Barone Filippo von Stosch, nato a Kustrin nel
Brandeburgo nel 1691, che acquisì in seguito la nazionalità inglese, o in ogni
modo ebbe diritto a protezione essendo divenuto un fidato agente segreto di
Giorgio II.
Si
trattava d’un uomo fuori dell’ordinario per quanto riguardava questioni
legate all’archeologia e alla numismatica, mentre la sua bella casa, in Via
dei Malcontenti a Firenze, contenente una splendida biblioteca ed una gran
collezione di rari cammei e medaglie, era frequentata dalle persone più erudite
e rispettabili della città,[xix]
così come da altri ai quali nessuno di quei due aggettivi sarebbe potuto
attagliarsi.
In
una parola, la reputazione di questo gentiluomo era lontana dall’essere salda
così come senz’altro lo era la sua cultura. Egli apparteneva a quella classe
di letterati che vivono d’intrighi e di dubbi lavori, uomini molto comuni in
tutte le epoche, con una particolare abbondanza però nel XVIII secolo.
Così,
fin dai tempi della giovinezza Stosch si dilettava nel fare la spia, prima ai
servizi del governo olandese, e poi al soldo inglese egli teneva d’occhio le
pericolose manovre, a Roma, del vecchio Pretendente, meglio noto come il
Cavaliere di San Giorgio.
All’epoca
del suo stabilirsi a Roma egli era sufficientemente ben visto da Papa Clemente
XI, tanto che divenne amico del Cardinale Alessandro Albani, nipote del papa e
bravo archeologo, con il quale mantenne una corrispondenza per tutta la vita.
Favorito
da tale protezione, Stosch si stabilì comodamente a Roma e si diede ai suoi
diversi interessi, non senza piacere e profitto, continuando in tal guisa fino
alla morte di Benedetto XIII nel 1730; ma quando il trono papale fu occupato da
Clemente XII, protettore degli Stuarts, allora la posizione di Stosch di
“informatore” cominciò a non essere scevra da pericolo. Le cose
continuarono a deteriorarsi finché nel 1731, trovandosi in pericolo
d’assassinio, il nostro si trovò obbligato a fuggire da Roma.
Horace
il calunniatore ne da la seguente versione: “Egli fu costretto a fuggire da
Roma, sebbene si sospettasse che facesse il doppio gioco”.
Walpole
n’aveva una ben misera opinione come spia: “Stosch pretendeva di continuare
ad inviare un resoconto esatto delle attività del Pretendente e dei suoi figli,
sebbene fosse stato cacciato da Roma su richiesta del Pretendente e non debba
quindi aver avuto alcun’informazione diretta o importante di quanto accadeva
in quella famiglia.”
Egli
scrive comunque, in una lettera a Mann nel maggio del 1743 che Re Giorgio aveva
mantenuto una buon’opinione del suo agente segreto: “Non posso approvare il
vostro riferirvi alle falsità contenute nei rapporti di Stosch; nessuno dà lui
credito se non il Re, il quale vi si sente gratificato, per cui Basta! (In italiano nel testo).
Stosch
si trasferì a Firenze dove, anche se non si trattava del posto migliore dal
quale continuare a spiare Roma, ebbe almeno il vantaggio di poter continuare a
dedicarsi ai suoi studi favoriti.
Egli
non ebbe mai molta popolarità tra l’aristocrazia toscana, poiché circolavano
strane storie sul suo passato. Charles de Brosses per esempio, ci racconta nelle
sue lettere,[xx]
come voce parigina, che Stosch in un’occasione visitò il Cabinet du Roi a Versailles assieme con un gruppo d’altri curiosi,
e mentre costoro erano assorti nell’osservare gli intagli di una gemma famosa,
quella improvvisamente sparì.
Allora
Hardouin[xxi]
il curatore volle che tutto il gruppo si spogliasse delle proprie vesti, uno dei
doveri di un curatore oggi caduti in disuso, e quando ciò non dette alcun
risultato, volle che fosse somministrato un’emetico a Stosch, unico straniero
presente, così che la gemma ne fu alfine recuperata.
Anche
se apocrifa, questa storia testimonia della reputazione della quale godeva
Stosch tra i suoi contemporanei.
A
Firenze alcuni pensavano che Stosch ingannasse i visitatori inglesi vendendo
loro false antichità al posto delle autentiche e che, nello zelo della sua
seconda professione, egli ne abbia falsamente denunciati taluni al governo
inglese come giacobiti.
Altri
affermano che egli era uso di menar vanto del fatto di essere una canaglia
calzata e vestita poiché secondo lui era desiderabile l’esser temuto così
come lo sono i malandrini. Tale atteggiamento, comunque, non si confà con
quell’eccesso di prudenza che egli usualmente mostrava, dando adito al fatto
che potesse invece trattarsi solamente di una diceria.
Non
vi è dubbio comunque, che anche a Firenze Stosch non fosse particolarmente ben
visto, come mostrato dalle opinioni del Dottor Cocchi,[xxii]
di Horace Walpole e d’altri suoi stessi fratelli in massoneria.
La
Loggia di Firenze aveva l’abitudine di riunirsi ogni giovedì, ma essendo
l’archeologo tedesco divenuto impopolare ai membri inglesi, ed odiandolo
alcuni di loro come si trattasse di veleno, si risolse di cambiare il giorno
delle riunioni al sabato, giorno nel quale Stosch era impegnato nei suoi affari
e non avrebbe quindi potuto partecipare alle riunioni senza procurarsi una certa
inconvenienza.
L’impopolarità
di Stosch presso gli inglesi era probabilmente anche dovuta alle sue abitudini
di ridicolizzare ogni credo religioso.
Walpole
scrisse di lui:
“Sono
stato disturbato per tutta la mattina da quel tanghero di Prideaux … egli ha
chiacchierato di tutta l’Italia e di quanto vi si trovi. Trovandoci a parlare
di Stosch gli chiesi se avesse veduto la sua collezione, al che egli mi rispose
di averlo fatto solo in parte, non potendone sopportare la compagnia e non
avendo mai udito talmente tante stupide chiacchiere pagane in vita sua.
Stosch
gli aveva infatti confidato che, a suo parere, l’anima non era altro che un
sottile velo di colla. Io mi misi a ridere con tale gusto che egli tosto mi
lasciò; probabilmente per il fatto che credesse ch’io stesso la pensavo allo
stesso modo.”[xxiii]
“Per
il fatto che Stosch possa aspettarsi di ricevere un qualche regalo da me, credo
di averlo già ben pagato per quanto mi diede e quindi non ritengo di dovergli
alcunché; Voi comunque siete stato molto gentile nell’offrirvi di
ricompensarlo.” (26 maggio 1742.)
“Mi
dispiace abbiate avuto così tanti problemi per quei gatti maltesi; caro
giovine, gettateli pure in Arno, se in questo periodo dell’anno vi è acqua
sufficiente per affogarli; oppure, meglio ancora, dateli a Stosch, in pagamento
delle spese postali delle quali parlava. Non ho intenzione di offrirli di
persona al vecchio stregone.” (10 giugno 1742).
“Il
Barone Stosch era uomo dal carattere infame sotto ogni punto di vista.”[xxiv]
“Ti
includo anche una lettera per Stosch, che fu lasciata qui con un pezzo di carta
recante le seguenti parole: -Il signor Natter desidera inviare le lettere per il
Barone de Stosch a Firenze per mezzo del sig. H.W.- non so
chi questo sig. Natter sia, né chi abbia formulato tale richiesta, ma
desidererei che il sig. Stosch cessasse immediatamente di utilizzare questo
metodo di corrispondenza poiché io non metterò a rischio le mie lettere a voi
se queste conterranno le sue, né le invierò direttamente a quel poco di
buono.”[xxv]
Nel
1739 il Granduca Francesco ordinò l’espulsione di Stosch da Firenze; Horace
Mann protestò in nome di Giorgio II e dopo molte negoziazioni, delle quali
narreremo più in dettaglio nel prosieguo, il Barone poté rimanere
indisturbato.
Antonio
Zobi, nel suo Storia Civile della Toscana
(Vol. I, p. 199) così racconta di quegli avvenimenti:
“A
quel tempo viveva a Firenze il Barone Filippo von Stosch, d’origine inglesi[xxvi],
un nobiluomo che si occupava d’antichità e di numismatica, che era in stretti
rapporti con ogni toscano erudito dell’epoca.
Crudeli
gli insegnava l’italiano e ne aveva tutta la confidenza.[xxvii]
Un
segreto impenetrabile velava le discussioni che alla sera avvenivano a casa sua,
discussioni vietate alle donne per il loro noto abito ciarliero. Tutta questa
segretezza aveva sollevato una certa curiosità, e la gente comune iniziò ad
inventare storie fantastiche su ciò che accadesse in quel luogo;
l’Inquisitore (Ambrogi) non ne era naturalmente soddisfatto e credette che
tutti i visitatori di Stosch fossero, di fatto, nemici impietosi della nostra
Santa Religione. Egli fece quanto in suo potere per far espellere il baronetto
inglese[xxviii]
il quale era però protetto a spada tratta dal sig. Mann, il Ministro
inglese.”
Nel
novembre del 1757 Stosch morì a Firenze di un attacco epilettico lasciando i
propri averi ad un nipote per mezzo di un testamento redatto nel 1754 con il
quale egli nominava Horace Mann e Buonaccorsi suoi esecutori testamentari.
Nello
scrivere a Walpole della sua morte Mann disse: “Sarebbe quindi mossa astuta se
io potessi subentrare a Stosch per quello che riguarda gli affari romani,[xxix]
nel quale caso potrei non occuparmi più a lungo di ciò che precedentemente mi
era stato affidato dal servizio segreto.”
Evidentemente
Stosch riceveva lauti appannaggi per le sue attività coperte. Una lettera
successiva di Mann del 18 maggio 1758 fece riferimento a Filippo von Stosch il
giovane, nipote ed erede del primo, il quale era stato un’ufficiale
dell’esercito prussiano ed era ora occupato a vendere quanto lasciatogli dallo
zio:
“Stosch
richiede cifre altissime per quelle stampe e quei brutti disegni cinesi, e spera
di poter un giorno o l’altro, venderli al re di Prussia.”[xxx]
I MEMBRI ITALIANI[xxxi]
Il
primo italiano ad essere ricevuto tra i frammassoni fu il famoso Dottor Antonio
Cocchi e la sua iniziazione fu celebrata, il 4 agosto 1732 con uno squisito
banchetto. Si noti che la data è di un anno antecedente a quella comunemente
riportata per la “fondazione” della Loggia da parte di Middlesex.
Tra
gli altri membri iniziali si ritrovano: un certo Galassi, del quale nulla si sa
eccetto che si trattava del Portastendardi del Granduca, un giovane senza
macchia; Tommaso Crudeli, poeta e martire dell’Arte, altro giovane non
esattamente senza macchia come il primo; Giuseppe Cerretesi, anch’egli poeta,
e traduttore in Italiano delle Epistole
Morali di Papa Alessandro; Antonio Niccolini, del quale narreremo più
avanti; Paolino Dolci; l’Abate Franceschi; l’Abate Ottaviano Buonaccorsi,
anch’egli autore d’alcune opere: di costoro solamente esiste la ragionevole
certezza si trattasse di frammassoni.
E’
comunque probabile che tra gli iniziati vi fossero anche Giulio Rucellai,
Segretario della Giurisdizione (di Stato); il Marchese Carlo Rinuccini, Ministro
dell’ultimo dei Medici e del primo Granduca della casa di Lorena; ed il Conte
di Richecourt, Primo Ministro del governo reggente del Granduca Francesco.
Tra
le altre persone per le quali si sospettava l’esser massoni o dei quali si
conosceva l’inclinazione favorevole nei riguardi di quella associazione vanno
menzionati il famoso Dottor Giovanni Lami, temuto per le sue satire, Tommaso
Perelli, studioso d’astronomia e d'idraulica, il Professor Pascasio Giannetti
dell’Università di Pisa, fiero opponente dei Gesuiti, e poi Canon Maggi, il
Dottor Avanzini, l’Abate del Nero, l’Abate Vanneschi associato agli affari
operistici di Middlesex, Cerusico Martini, Antonio e Gaetano Marcantessi,
fratelli e prosperosi banchieri di Firenze, il Dottor Luca Corsi, amico
d’infanzia di Crudeli, e l’Abate de Craon, Primate di Lorena,[xxxii]
figlio maggiore del Principe Marco di Craon, Ministro Plenipotenziario del
Granduca.[xxxiii]
Diversi
altri dottori in legge e medicina si pensava fossero membri della Loggia,
assieme con alcuni appartenenti al clero, inclusi alcuni canonici della
Cattedrale ed un certo Abate Pratesi, della Curia Arcivescovile.
“Sembrerebbe
comunque che i fiorentini non si recassero spesso alle riunioni massoniche, sia
perché trovavano rude e strana la compagnia degli inglesi, sia perché
disapprovavano l’abitudine di bere smodatamente come facevano alcuni degli
inglesi nel corso dei banchetti.”[xxxiv]
Nel
leggere i nomi di quegli italiani dei quali era nota l’appartenenza alla
massoneria inglese di Firenze se ne ritrova, con sconcerto, uno il quale non
sarebbe certo dovuto apparire tra quelli di persone così rispettabili.
Lo Sbigoli, contrariamente alle sue abitudini, non trova
niente di buono da dire sul conto di Paolino Dolci, uno dei gentiluomini di
compagnia del Granduca Gian Gastone, la più esecrata e odiata persona della
città, a parte, naturalmente Dami l’infame.
Era
grazie all’avvenenza della propria persona, avuta in dono da una madre nota
per non aver saputo relegare i propri favori ad un solo cicisbeo, così come la
moralità dei tempi comandava, che Dolci ebbe il suo primo impiego a Corte tra i
vari ganimede del sovrano.
Secondo
alcune voci, egli aggiungeva agli emolumenti ricevuti in cambio delle sue
equivoche mansioni anche i proventi di furtarelli effettuati alle spese della
gioielleria reale; il Granduca però non solamente glissava su questi
peccatucci, ma sembrava non potesse rifiutargli nulla. In tal guisa il padre di
Dolci, detenuto alle galere per peculato effettuato nel corso dello svolgimento
d’un incarico pubblico ebbe sia il perdono sia un lauto compenso, mentre
favori diversi erano accordati a tutti coloro che avessero mostrato gentilezza
nei confronti del Dolci o di sua madre.
“Un
favorito non ha amici” e non esiste modo decente di raccontare ciò che le
cronache dell’epoca dicevano di Dolci e dei suoi altri compagni.
Alla
morte di Gian Gastone egli fu cacciato da Palazzo Pitti assieme a tutti gli
altri parassiti e si accompagnò con una bella veneziana dolce più di voce che
di reputazione e, non potendo porre a tempo rimedio, ebbe a sposarla nel 1739,
giusta punizione per la sua vita passata. A causa d’altri fattacci nei quali
si trovò invischiato dovette alfine fuggire da Firenze nel 1743 recandosi a
Roma dove di lì a poco mori nella miseria più nera.
“E’
difficile capire,” dice il nostro autore, “come una persona dalla simile
cattiva reputazione possa essere stato accettata in una Società della quale si
affermava che l’unica qualità necessaria per esservi ammessi fosse quella
d’essere galantuomini”. E’ pero possibile che l’essere nelle grazie
del Duca e in una posizione di poter favorire la Società a Corte fossero la
raccomandazione sulla quale Dolci poteva far affidamento al posto dell’onore e
del buon nome.
“Non
si dovrebbe mai dimenticare che, ogniqualvolta una Società, di qualsivoglia
natura, inizia ad estendere i propri confini la sua crescita è dovuta più al
numero degli aderenti che alla loro qualità. Ad esempio, lo stesso fenomeno è
chiaramente apparente al momento della crescita della Cristianità, similmente a
quanto avviene in massoneria.
In
quest’ottica né Paolino Dolci, né il Barone von Stosch, e neppure il più
noto Casanova o alcun altro della medesima risma che ebbe ad entrare
nell’Ordine potranno servire a gettare discredito sulla Società dei
Frammassoni più di quanto possano i primi cristiani esser diffamati per aver
avuto quale loro fratello nella fede e protettore il crudele e ambizioso
Costantino il Grande.”[xxxv]
Passiamo
ora a descriverne alcuni tra i membri più conosciuti.
ANTONIO NICCOLINI
Avendo
avuto in vita una fama oggi scomparsa, Antonio Niccolini nacque a Firenze nel
1701, figlio minore di una nobile famiglia alla quale la città deve la
formazione della sua prima biblioteca.
Prese
gli ordini minori in gioventù così come esigevano gli usi del tempo, per poter
usufruire dei benefici ecclesiastici ed aver più tempo per gli studi, ai quali,
fin dalla tenera età egli era sommamente portato. Sebbene ci si riferisse a lui
come l’Abate Niccolini, non divenne mai sacerdote né procedette oltre gli
ordini minori.
Educato
presso i gesuiti al Collegio di San Giovannino, già all’età di 17 anni era
celebrato per la sua profonda cultura, ma la conoscenza acquisita solo dai libri
non soddisfaceva quello spirito inquieto portandolo a viaggiare per tutta
Europa.
Dopo
essere stato in Germania, Olanda e Francia egli si recò in Inghilterra ove fu
presentato ai più illustri uomini dell’epoca, divenne amico di molti di loro
ed allargò la propria mente con molte idee, più avanzate e moderne di quelle
all’epoca circolanti in Toscana. Egli divenne in breve ciò che potremmo
definire un cattolico liberale: giansenista era il termine allora in uso per
distinguere non solamente coloro che seguivano la dottrina del Vescovo di Ypres,
ma anche ogni persona che avversava il primato della Chiesa di Roma sul potere
temporale.
Particolare
favore fu mostrato al Niccolini, in Inghilterra, dal Principe di Galles, più
tardi Giorgio II, e quando ciò fu portato all’orecchio del Granduca Cosimo
III, bigotto sul tipo del Gran Monarca, egli decise che il Niccolini dovesse
essere un eretico e un libertino e ne proibì il ritorno in Toscana. Il decreto
di bando rimase attivo per oltre un anno finché fu revocato grazie
all’intercessione di alcuni alti dignitari della Chiesa.
Niccolini
ottenne poi una posizione presso la Curia papale a Roma, ma quell’atmosfera di
intrighi non gli si addiceva, così che fece presto ritorno a Firenze dove,
disponendo di risorse autonome sufficienti, si dedicò ai suoi studi favoriti,
sebbene ancora mantenesse le proprie abitudini clericali.
Presto
Casa Niccolini divenne famosa per i
piacevoli ritrovi colà organizzati dall’Abate Marchese. Tali ritrovi gli
facevano invero onore, ma ancor più giovavano alla sua gloria gli studi
compiuti e le cospicue donazioni che egli elargiva a favore della scienza e
della ricerca.
Carlo
de Brosses, in una sua lettera da Firenze del 3 ottobre 1739, [xxxvi]
cita il Niccolini e altri tra i suoi amici come dotti studiosi:
“Quelli
del primo gruppo che ci hanno dimostrato amicizia e buoni uffici sono i Marchesi
Riccardi; Monsignor Cerati, preside dell’Università di Pisa; l’Abate
Buondelmonti, nipote del Governatore di Roma; il Conte Lorenzi; l’Abate di
Craon, Primate di Lorena, e l’Abate Niccolini il cui fratello sposò la nipote
del Papa.
Quest’Abate
Niccolini è in verità un grand’uomo. Nei miei viaggi devo ancora incontrare
chi possa stargli alla pari come forza di pensiero, memoria prodigiosa,
prontezza di parola o con tale ampia conoscenza su ogni possibile soggetto,
dalle acconciature femminili fino al calcolo integrale di Newton. Egli avrebbe
potuto divenire qualsiasi cosa avesse voluto se non avesse deliberatamente
scelto di tagliarsi la gola portando agli estremi la propria libertà di parola
fino ad assumere la fama di giansenista, sebbene egli non lo sia per nulla.”
Molte
erano le benemerenze del Niccolini: fece effettuare a proprie spese la bonifica
delle paludi di Foligno, aiuto a creare la Società Botanica di Firenze e fu il
patrono letterario di Antonio Marini, più tardi Arcivescovo di Firenze e
conosciuto per il suo commentario sulle Scritture.
Da
alcune sue lettere pubblicate,[xxxvii]
sembrerebbe che, sebbene i suoi contatti con la massoneria siano stati di natura
temporanea, per sempre il Niccolini conservò quello spirito di tolleranza, quel
desiderio per il progresso della conoscenza umana e quella saggezza che sono le
maggiori caratteristiche della nostra grande fratellanza.[xxxviii]
Niccolini
non avrebbe mai potuto essere un uomo ordinario: sappiamo che Giorgio II lo
stimava a tal punto da pregarlo di intervenire nella sua disputa con Federico
Principe di Galles.
Perfino
Walpole non trovò nulla di disdicevole da dire a suo riguardo:
“Niccolini
cena sempre con il Principe di Galles, ed impara la Costituzione.”[xxxix]
“Non
ho notizie di Lady Orford, che non appare mai in pubblico, così come non so se
ella veda Niccolini; egli passa molto tempo con Lady Pomfret … ed altrettanto
con il Principe.”[xl]
“Niccolini
si è recato, assieme con il Principe, a Clieveden. Ho l’idea che questi non
lascerebbe mai l’Inghilterra se solo potesse cambiare la propria religione, o
se potesse persuadere, cosa che gradirebbe parimenti, il Principe a cambiare la
propria.”[xli]
Niccolini
morì a Roma nell’ottobre del 1769, tra coloro i quali piansero la sua
dipartita vi era l’Imperatore Giuseppe II.
GIUSEPPE MARIA
BUONDELMONTI
Membro
di una delle più antiche e famose famiglie fiorentine, Giuseppe Maria
Buondelmonti nacque in quella città nel 1713 ed era quindi poco più che
ventenne quando divenne
frammassone, decisione che lo espose a serio pericolo sebbene ebbe a cavarsela
solo con una gran paura.
Egli
era Cavaliere Commendatore dell’ordine di Malta, un grado che
ammetteva alle gerarchie clericali, per questo era chiamato indifferentemente
“Fra Giuseppe Maria” o “Commendator Buondelmonti”.
Astuto
e dotto, amava viaggiare ed intrattenersi in conversazione con stranieri; poeta,
oratore e filosofo, era portatore di una buona reputazione tra i propri
contemporanei, uno dei quali ebbe a chiamarlo “il più dotto genio tra la
nobiltà fiorentina”; quale tributo alla sua eloquenza fu chiamato a recitare
le orazioni ufficiali nella chiesa di San Lorenzo alle esequie del Duca Gian
Gastone nel 1737 e per i funerali dell’Imperatore Carlo VI nel 1741 e della
madre del Granduca Francesco nel 1742.
Poeta
oltre che linguista, tradusse in italiano, con l’aiuto di Andrea Bonucci
valente pubblicista, Rape of the Lock
e l’Universal Prayer di Pope,
essendo forse i suoi gusti per simile letteratura inglese indicazione delle
compagnie che egli frequentava a Firenze.
Sebbene
membro di un ordine militare non si trattava
d’una testa calda, e nell’occasione della sua elezione
all’Accademia della Crusca profferì un discorso sulla guerra, dichiarando che
i suoi orrori e le crudeltà avrebbero dovuto esser confinate allo stretto
necessario, continuando con il raccomandare una sorta di Dieta Europea per il
mantenimento della pace – in verità, non vi è nulla di nuovo sotto il sole.
Sebbene
Buondelmonti fosse strettamente controllato dall’Inquisizione, godeva di
potenti protezioni nella Chiesa poiché suo zio Filippo Manente era
Vicecamerlengo a Roma e Governatore della Città Eterna, cosa che giocò a
favore del nipote quando questi avrebbe dovuto essere arrestato in quanto
frammassone.
In
fatti, fu essenzialmente la sua attitudine di libero pensatore, anche più del
Niccolini stesso, ed il non voler farne segreto, che gli attirarono le
attenzioni delle autorità. Essendo obbligato, nella sua veste di ecclesiastico,
ad ascoltare ogni giorno messa, egli ne chiese dispensa a Roma, ma sebbene ciò
fosse usualmente concesso senza difficoltà, al Commendatore non fu permesso,
stante la sua appartenenza alla Società dei Massoni.[xlii]
Non
era dotato di buona salute e morì a Pisa nel 1757 con la propria reputazione di
studioso, così grande in vita, che non gli sopravvisse.
Al
Walpole il Buondelmonti non piaceva: “Per quel che riguarda Buondelmonti, egli
è una nullità; la sua più alta composizione ammonta ad un sonetto; discute di
non-religione coi ragazzi inglesi, di sentimento con mia sorella, e parla in un
cattivo francese con chiunque lo stia ad ascoltare.”[xliii]
Speriamo
che l’opinione di Horace fosse sua soltanto, così come sua solamente fu la
pronuncia del patronimico del Buondelmonti.
ANTONIO COCCHI
Nato
a Benevento il 3 agosto 1695, Antonio Cocchi studiò matematica a Pisa sotto il
famoso Guido Grandi e medicina sotto Antonio Domenico Bellini. Dopo gli studi
egli fu nominato medico della guarnigione dell’Elba, all’epoca dominio
spagnolo.
Più
tardi, nel 1723 divenne medico personale del Conte di Huntingdon, marito della
Contessa che Walpole chiamava “La Santa Teresa dei Metodisti”, che accompagnò
in Inghilterra.
Con
un simile nobiluomo quale suo protettore, Cocchi viaggiò attraverso la maggior
parte d’Europa, avendo molto a soffrire a cagione delle eccentricità di colui
che lo impiegava, il quale a volte gli faceva mancare i denari anche per le
necessità basiche della vita: suo compenso erano però gli incontri e le
discussioni con altri uomini di scienza in ogni luogo che visitasse. Tra gli
altri, egli incontrò Newton in Inghilterra e Boerhave in Olanda.
Dopo
aver rifiutato una vantaggiosa offerta d’impiego da parte di Carolina,
Principessa di Galles, Cocchi ritornò a Firenze nel 1726, dove il Granduca Gian
Gastone lo nominò Professore di medicina a Pisa: non avendo però egli facile
oratoria, si fece trasferire a Firenze con l’incarico di Professore
d’anatomia.
Più
tardi egli si guadagnò il rispetto e la stima del Granduca Francesco e del
Consiglio di Reggenza, dal quale ebbe molti incarichi di prestigio, anche se di
poco profitto.
Fondò,
con il Micheli, la Società Botanica di Firenze e, assieme con il Tozzetti, fu
responsabile per l’organizzazione della Biblioteca Magliabecana, che aprì al
pubblico nel 1747.
Morì
di cuore nel 1758, dopo aver previsto ben in anticipo la propria fine, che
accettò con rassegnazione filosofica.
Le
sue conoscenze erano vaste e varie: conosceva alla perfezione greco, latino ed
ebraico assieme con molti linguaggi moderni che parlava e scriveva con facilità
e fluentemente.
Sebbene
andasse a messa, si confessasse e si comunicasse il buon Dottore era visto con
sospetto dall’Inquisizione, così come ci dice egli stesso, scrivendo, in
inglese, nel suo diario:
“Benevuti
mi assicura che all’Inquisizione si sospetta che io non sia cattolico e che
una persona importante disse ad un suo amico … che io debba essere molto
cauto.”[xliv]
Fu
il primo toscano a venire iniziato frammassone, e molti insegnamenti di quella
Società si possono ritrovare nel suo carattere e nel modo di vita.
Diede
sempre un caloroso benvenuto agli stranieri che passavano per Firenze, in modo
particolare agli inglesi, e molti nostri connazionali egli annoverava tra i
propri amici, compresi Sir Horace Mann ed Horace Walpole suo corrispondente, che
parla di Cocchi con affetto, se non con troppo rispetto.
“Conosco
molto bene il Dottor Cocchi. Egli è più un buon uomo che un grand’uomo.
Onesto e semplice e di buona conoscenza. Gli inglesi, oserei dire, vi diranno
che egli è dotato di un particolare tipo di comprensione, cosa alla quale
credono sinceramente.”[xlv]
Walpole
se ne fece, in seguito, una più alta opinione:
“E’
terribile che un uomo valente e che potrebbe essere così utile alla società
debba essere tanto negletto.”[xlvi]
“Vorrei
sapere l’opinione del Dottor Cocchi e la vostra sui due nuovi libri francesi,
se li avete veduti. Uno è Esprit des Lois
di Montesquieu, che io credo sia il miglior libro che sia mai stato scritto.”[xlvii]
“A
parte il buon Dottor Cocchi, quale altro amico comprensivo avete a Firenze che
si farà carico della vostra infelicità?”[xlviii]
Il
Conte di Cork, nello scrivere al suo amico Duncombe il 29 novembre 1754 si
raccomanda che egli incontri il Cocchi dicendogli:
“Il
sig. Mann è fortunato avendo l’amicizia, la competenza e le cure del suo
medico, il Dottor Cocchi. Si tratta d’un uomo dalla vasta cultura. Capisce,
legge e parla ogni linguaggio europeo; è studioso, educato, modesto, umano e
istruttivo e dovrebbe essere sempre ammirato ed amato da chi lo conosce.
Potessi
io vivere con questi due gentiluomini solamente e conversare con nessun altro
scarsamente proverei il desiderio di far ritorno in Inghilterra per molto
tempo.”[xlix]
D’altra
parte Cocchi ebbe una grande ammirazione per la nazione inglese. Scrivendo
dall’Inghilterra ad un amico a Firenze egli disse: ”Bisogna che si renda
loro giustizia, con tutti i loro vizi e le stravaganze essi completamente
padroneggiano la prudenza, il coraggio e la cortesia.”
E,
più tardi: “Non troverete, in Inghilterra, un gentiluomo che sia un completo
ignorante, sebbene nel resto del mondo ve ne siano in abbondanza di tal
fatta.”
Cocchi
lasciò un figlio, Raimondo, che divenne anch’egli Dottore e uomo di scienza,
e secondo Walpole, anche dotato di un buon senso dell’umore, che anzi, egli si
augurava che tale dono non avesse a portargli male con l’inquisizione,
un’istituzione certo non prona agli scherzi.
Il
giovane Cocchi morì alla sola età di 40 anni nel 1777.
La
figlia d’Antonio, Beatrice, sposò Angiolo Tavanti, economista di fama e
Ministro di Stato sotto i Granduchi Francesco e Leopoldo I. Anch’essa aveva
solida educazione ed ebbe una certa notorietà per aver tradotto un libro
dall’inglese.
Così
si può dire che tutti i Cocchi fossero persone di talento, piuttosto avanzati
rispetto ai loro giorni.
GIUSEPPE CERRETESI
Un
membro della Loggia il cui nome spesso appare nel famoso processo
dell’Inquisizione fu Giuseppe Cerretesi, un altro poeta. Egli affermava essere
di nobile famiglia, sebbene dicesse anche che l’unica eredità che gli fosse
rimasta in sorte fosse quella di soffrire di gotta.
Si
diceva che fosse un frammassone, cosa che lo portò ad incontrarsi con un
giovane e sciocco nobiluomo del quale tratteremo in seguito, al momento che uno
stupido gesto condusse diverse persone in guai seri.
Si
vuole che cercando il Cerretesi rifugio dal temporale causato dal processo a
Crudeli ebbe a recarsi in Inghilterra ove fu introdotto a Sir Robert Walpole da
suo figlio Horace, ma parlando Sir Robert solamente inglese e latino e non
conoscendo il Cerretesi parola di nessuna delle due lingue, non potrà certo
affermarsi che il Primo Ministro o il suo visitatore possano aver avuto
discussioni illuminanti.[l]
Il
rifugiato non trovò in Inghilterra la Terra Promessa, avendo a soffrire colà
tutte quelle privazioni così note ai poeti bisognosi. Fece poi ritorno in
Italia dove, nel 1756 pubblicò a Milano una traduzione dei Saggi
Morali del Pope che in ogni modo ce lo rende interessante, sebbene critici
più qualificati di noi nel giudicare tale opera ebbero a dichiarare di come il
fluire dei versi eccedesse la sua stessa ispirazione.
ABATE OTTAVIANO
BUONACCORSI
Altro
membro di Loggia, anche l’Abate Buonaccorsi è spesso citato nel corso del
processo dell’inquisizione. Nacque da famiglia patrizia e divenne studioso
erudito, filosofeggiando sulle dottrine epicuree lontano dal frastuono delle
masse.
Nel
1744 pubblicò un volume in difesa di quella filosofia il quale, oserei dire,
oltraggiò molte più persone di quante ne convertisse. Le sue tendenze
edonistiche le spiegano l’amicizia con Stosch del quale fu intimo amico ed
ammiratore, nonché uno dei suoi esecutori testamentari alla morte.
A
causa di una sua grave malattia riuscì a sfuggire all’arresto da parte
dell’Inquisizione nel 1739, poiché il Ministro Tornaquinci ne ritardò la
cattura fin quando non si fosse ristabilito; poi, come conseguenza dello
scalpore sollevato dal caso del Crudeli, l’ordine d’arresto non fu mai
eseguito.
ABATE VANNESCHI
Non
vi è alcuna certezza che l’Abate Vanneschi sia stato mai membro della Loggia
di Firenze, mentre le voci che lo volevano frammassone si originarono forse dal
fatto che egli fosse in stretti rapporti con Lord Middlesex, il quale lo impiegò
per scrivere i libretti per le opere
ed aiutare nella loro produzione. Quest’occupazione lo condusse in visita a
Londra e conobbe Walpole a Calais mentre s’imbarcava, assieme con le stelle
dell’opera, alla volta dell’Inghilterra:
“Fui
sorpreso da Amorevoli e da Monticelli, che sono qui con me assieme con
Viscontina e Barberina e l’Abate Vanneschi …… che bellimbusto! Avrei
voluto parlargli dell’opera, ma egli sembra solo interessato alla politica.”[li]
“Conoscete
Vanneschi, il poeta favorito del Conte di Middlesex,” egli scrive nel novembre
del 1741, mentre nell’aprile del 1743 egli così ne fa il necrologio:
“Abbiamo udito che Vanneschi è morto. Bonducci ci assicura che egli ha avuto
successo in Inghilterra, ha prodotto opere, ingannato Lord Middlesex, cambiato
religione e sposata una Dama.”[lii]
L’ultima
volta che Horace cita il Vanneschi è il 14 aprile 1743: “Non so, veramente,
se Vanneschi sia morto; egli sposò una donna inglese del popolo tenuta
dall’Amorevoli, così che l’Abate approfittò d’ogni occasione che
l’Opera gli presentasse.”
In
realtà, Vanneschi divenne Impresario
in Inghilterra ove spesso litigava con il cantante Mingotti, si rovinò a causa
delle sue avventure teatrali, fece bancarotta e fu sbattuto in prigione, da dove
uscì solo per essere raggiunto, alfine, dalla morte.
Naturalmente,
di tutti i libretti delle sue opere
quali Il Fetonte nulla rimane, tutto
essendo stato inghiottito dall’oblio delle cose delle quali non vale la pena
il ricordo.
Tutto
considerato, se anch’egli fosse stato un frammassone, quella Società non
avrebbe avuto motivo di iscriverne il nome nel suo Libro d’Oro.
TOMMASO CRUDELI
Eccoci
dunque a considerare colui il quale possiede, peraltro, più fama di qualsiasi
altro membro della Loggia, poiché quando la Società cadde sotto la proibizione
della Chiesa egli ne fu fatto il capro espiatorio per tutta quella fratellanza
così detestata, sì che gli altri frammassoni italiani non n’ebbero dannose
conseguenze, se si esclude la paura e l’apprensione di essere tenuti sotto
stretta sorveglianza da parte del Sant’Uffizio.
Crudeli
era imprudente nelle parole così com’era attivo nella Società, e fu in
conseguenza di ciò che egli ebbe a pagare per tutti gli altri. Tra gli
avventori dei caffè e i frequentatori delle librerie fiorentine degli anni
trenta non si sarebbe potuto fare a meno di notare un giovane magro, simile a
Dante nelle fattezze incorniciate dalle ridicole parrucche dell’epoca.
Occhi
neri brillanti e mobilissimi, mento prominente e naso adunco erano segni d’un
uomo prono alla satira che era sempre pronto ad esprimere senza curarsi delle
occasioni o della compagnia. A chi n’avesse domandato si sarebbe risposto che
egli era il Dottor Tommaso Crudeli del Casentino, asmatico e tubercolotico, ma
dal fine talenta e la parlata deliziosa, popolare sia tra i fiorentini sia gli
stranieri a causa dei propri modi affabili.
Nacque
a Poppi nel 1703 da famiglia agiata, alcuni membri della quale ebbero alti
incarichi nella Chiesa. Dopo essere stato educato da buoni maestri a Firenze,
ove egli fu esposto alle nuove idee che circolavano nel periodo egli si recò, a
18 anni, all’Università di Pisa a studiare Legge.
Nel
1722 ottenne il dottorato da ambedue le Università per poi recarsi a visitare
Padova e Venezia, città nella quale divenne tutore presso la famiglia
Contarini, famiglia che aveva prodotto ben otto Dogi della Repubblica.
La
salute cagionevole lo obbligò però a far ritorno a casa e fino al 1733 egli si
divideva tra il Casentino e Firenze, città nella quale alfine si stabilì
abbandonando la pratica legale per dedicarsi ad insegnare l’italiano agli
stranieri, ed agli inglesi in particolar modo, dei quali vi era gran numero in
città.
Con
questi egli acquistò molta fama, in parte per il suo talento nell’insegnare
la bella lingua toscana ed in parte e forse più a causa dei suoi modi
piacevoli e della libertà di pensiero e d’espressione che non poteva non
piacere ai nativi del paese di Swift, Bolingbroke e Pope.
Era
nelle grazie del Residente inglese, il Ministro Charles Fane e poi di Horace
Mann del quale ne frequentava la società ed i ricevimenti; quest’ultimo si
dimostrò essere un amico costante anche nel successivo momento del bisogno.
Ci
si dice che non appena un visitatore inglese giungesse in città subito cercasse
il Dottor Cocchi per la propria salute ed il Dottor Crudeli per curare la
propria ignoranza dell’italiano.
“Neppure
i più severi attacchi d’asma riuscivano a fiaccare il suo spirito, che
rimaneva sereno e tranquillo” dice il suo biografo italiano, “né lo
dissuadevano dal cercare avventure nel dominio di Citèra, dal quale egli non
sempre ritornava indenne.”[liii]
Oltre
ad essere spiritoso ed amante della conversazione, Crudeli era anche poeta
d’una certa vena lirica leggera, così come i tempi imponevano; in breve, uno
dei molti gentiluomini che si dilettavano di scrittura.
Innamorato
d’ogni novità come la maggior parte dei suoi concittadini, quando seppe dagli
inglesi delle riunioni massoniche di Via Maggio ne bramò il poterne
partecipare, anche se per un certo periodo la paura di incorrere nelle ire della
Chiesa ve lo tenne lontano.
Avendo
però udito che personaggi come Cocchi, Galassi, il Portastendardi del Duca, e
due frati agostiniani irlandesi del convento di S. Spirito erano divenuti membri
della Loggia egli si risolse a chiedere l’iniziazione nel 1735 e tale fu il
suo entusiasmo per le nuove cerimonie e per le discussioni che avvenivano ai
successivi banchetti che presto divenne uno dei fratelli più zelanti della
Loggia, al quale fu affidato l’ufficio di Segretario.
Per
quanto invece riguardava il mondo in generale, egli viveva senza ambizione di
eccellere in alcunché di particolare né di diventare poeta di fama,
accontentandosi di trascorrere i suoi giorni tra amici scelti senza riguardo al
domani che, essendo questo incerto per ogni uomo, vieppiù lo era per lui.
Distrazioni
e divertimenti erano lo scopo della sua vita, ancor più di quanto fosse stato
saggio indulgervi per il suo buon nome, mentre nelle sue composizioni satiriche
egli talvolta eccedeva i limiti imposti dalla stessa decenza e dalle buone
maniere.
La
corte e la città di Firenze gli fornivano sufficienti modelli d’iniquità da
bacchettare e, nel farlo, il Crudeli non vi andava certo coi piedi di piombo.
Era usanza dell’epoca il non lesinare nel rimarcare errori e peccatucci altrui
in modo pesante, così come abbiamo ripreso oggi a fare e non vorrò certo
essere io a negare la rudezza delle espressioni del Crudeli nel mettere alla
berlina, in modo spesso rapido e pesante, le manchevolezze di più d’un figlio
della Chiesa, specie, questa, contro la quale volentieri si accaniva con
particolare indulgenza, essendo alcune di queste grezze tirate ricordate in
seguito per anni dopo il proprio pentimento.
Il
di lui biografo Sbigoli ci racconta di un paio d’aneddoti dovut |